Luglio 23, 2008
Non è il Bossi pensiero a preoccuparmi, né i suoi gestacci, le sue volgari esternazioni, sue e dei suoi sodali. In un paese normale, quando i simboli costitutivi dell’unità nazionale sono vilipesi da un ministro della Repubblica, quel tale non può restare al suo posto. Di questo sono preoccupato. Mi turbano i suoi alleati che per giustificarlo dicono: “ma parla alla sua gente”; e tutte quelle forze politiche che a corrente alternata lo criticano e poi lo rivalutano. Sono sconcertato dalla qualità del suo elettorato che per opinione consapevole e informata ovvero per bisogno identitario, di appartenenza, ne alimenta da due decenni a questa parte una specie di mito. A quasi centocinquanta anni dall’unità d’Italia, non si vede ancora la fine della questione meridionale - nel frattempo si è fatta strada la cosiddetta “questione settentrionale” - e il nation building, la coerente definizione di un’identità nazionale italiana, è ostacolato proprio là dove tutto ha avuto inizio.
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Pubblicato da Antonio De Rose
Luglio 18, 2008
La cessazione delle cure non è suicidio*
Caro direttore, forse noi laici credenti non sappiamo più dirci cristiani, ma, proprio da cristiano, non trovo argomenti sufficienti a sostegno della audace tesi che considera eutanasia l’interruzione della terapia che tiene in vita Eluana Englaro. Questo sul piano morale. Sul quello giuridico mi ha molto colpito l’intervista al Foglio l’intervista al Foglio del presidente emerito della Corte Costituzionale, Giuliano Vassalli, il quale non trova fondata dal punto di vista del diritto positivo la sentenza della Corte d’appello di Milano che autorizza il padre di Eluana a interrompere la nutrizione e idratazione della ragazza. Cita l’articolo 580 del codice penale, Vassalli, che prevede l’incriminazione per aiuto al suicidio, anche in forme omissive. A me pare mistificatorio ritenere la cessazione delle cure alla stregua di un suicidio assistito. Quel legame di dipendenza funzionale tra le apparecchiature elettromedicali e l’organismo, per il quale la vita si conserva nel corso degli anni senza che l’individuo possa relazionarsi con il mondo, in alcun modo, è un bernoccolo della ragione. Una legge che affronti in modo organico la materia in questione è assolutamente necessaria. Intanto rispetto il giudizio della Corte d’Appello e il dolore di Beppino Englaro. Saluti,
Antonio De Rose Cosenza
(*) da Liberazione del 18 luglio 2008
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Pubblicato da Antonio De Rose
Luglio 15, 2008
E’ l’ultimo segretario del Partito socialista italiano. Venne dopo Benvenuto, soprattutto dopo Craxi, suo avversario nella battaglia interna per traghettare il partito fuori dalle acque melmose di Tangentopoli. Curò la liquidazione del Psi, avvenuta il 13 novembre 1994. Da circa un anno era cominciata la diaspora socialista che sul piano formale si è conclusa con la Costituente dello scorso 4-6 luglio. Nel Ps non c’è, ha optato per il Pd di Veltroni. Ho sempre stimato Del Turco e la notizia del suo arresto mi addolora. E’ incredibile. Una carriera intonsa dal punto di vista giudiziario, il gesto compiuto non appena eletto alla segreteria del Psi di bruciare la busta contenente gli estremi dei conti esteri del partito che Craxi gli aveva lasciato. L’accento posto sulla questione morale nel periodo di maggior vigore del craxismo: il sindacalista della Cgil al cospetto degli yuppies del garofano, di quei socialisti “rampanti” che sposarono uno stile di vita distante dallo stereotipo dell’uomo di sinistra e dallo stesso modo di vita borghese. Siamo di fronte ad un contrappasso che spero non pregiudichi l’equilibrio di una persona che ancora si presume innocente.
A proposito della rinnovata tensione fra politica e magistratura segnalo questo articolo di Peppino Caldarola apparso oggi sul Riformista.
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Pubblicato da Antonio De Rose
Luglio 14, 2008
Sabato sera nella Villa Vecchia di Cosenza le bancarelle di Invasioni, evento di cultura scaduto a sottospecie di sagra paesana, offrivano tra le altre cose t-shirt con impresse immagini di serie animate particolarmente in voga negli anni ‘80. Da Pollon a Rocky Joe, dai Muppets a La Linea di Osvaldo Cavandoli, vero beniamino di Nic che si è subito vestito del suo personaggio preferito imitandone la parlata incomprensibile. Mentre ricordavo il cartone ho detto: “…l’animatore è scomparso poco tempo fa…”. Francesca mi ha fatto subito notare che invece di “è morto” ho detto proprio “è scomparso”, adoperando un’immagine che di solito rinveniamo nel linguaggio pubblicistico. Sui giornali, specie quando i titoli si riferiscono a personaggi pubblici, quasi mai si scrive “è morto”, più spesso si usa l’espressione “è scomparso”. Io penso che il ricorso a formule sobrie come “si è spento” o “se n’è andato” esprima proprio l’accettazione, la razzionalizzazione, di un evento esiziale, in una visione secolare della vita, come la morte. Nic pende più verso la considerazione di certi atteggiamenti come banalmente consolatori e, in definitiva, ipocriti. Ad ogni modo ammetto che se si fosse trattato di uno qualsiasi avrei detto semplicemente “è morto”, siccome si trattava di Osvaldo Cavandoli ho detto “è scomparso”. La nostra lingua è bella, e difficile, per l’intercambiabilità dei vocaboli, per l’assortimento degli usi e dei significati propri di uno stesso termine. Perchè, mi domando, “morte” deve fare eccezione? L’Elefantino spiegherebbe tutto con la “necrofilia secolarista” che sul piano etico giustifica la morte per fame e sete della Englaro. Naturalmente il piano della nostra conversazione è diverso, meramente linguistico. Io non penso che Nic sia un necrofilo solo perchè a lui non piacciono tanti giri di parole, per cui se uno è morto è morto, non è “tornato alla casa del Padre”. Allo stesso modo, però, non scambio il pudore, il rispetto della sensibilità altrui, con il timore della morte. Per me non è più dignitoso per il morto dire, appunto, che è morto piuttosto che defunto, scomparso. Sbaglierò, ma “morte” porta in sè l’idea di fine e un cristiano, adulto o infante che sia, a quell’idea non è affatto rassegnato.
P.S. La sera, pure volendo, non riusciamo proprio a parlare di cagate.
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Pubblicato da Antonio De Rose