Io c’ero

Spero proprio che il fanatismo non mi faccia velo mentre scrivo del concerto dei Cure a Milano, in caso contrario me ne scuso. La loro arte, cui riconosco un valore estetico tra i più alti degli ultimi trent’anni, è un prodotto della cultura postmoderna. Chi volesse occuparsi poi, in termini propriamente scientifici, della relazione tra suono e percezione sensitiva nell’uomo non dovrebbe fare a meno di ascoltarli, magari durante un concerto come quello di domenica scorsa. La capacità di produrre arie e significati talmente profondi, suggestivi, di sfruttare i fenomeni dell’acustica, mediante il ricorso a strumenti e supporti tecnologici che sono tipici dell’età contemporanea, strappando l’uditore al suo tempo per una dimensione ultranaturale e senza tempo è ciò che rende unici i Cure non solo nel loro genere, che è pure difficile da inquadrare, ma in tutto il panorama della musica mondiale. Si fanno apprezzare, i Cure, specie da chi riesce a cogliere le affinità con Joy Division, Bauhaus, The Sisters of Mercy, Siouxsie and the Banshees, Cocteau Twins e The Smiths; le influenze di Velvet Underground, David Bowie e Jimi Hendrix per quanto concerne la musica, Albert Camus, Charles Baudelaire e Franz Kafka con riferimento ai testi sempre molto introspettivi di Robert Smith. La line-up del concerto milanese è la seguente: Robert Smith (voce e chitarre), Simon Gallup (Basso), Porl Thompson (chitarre) e Jason Cooper (batteria). L’evento si apre con Plainsong e il suo tintinnio di campanelle. La pelle è d’oca, il cuore in gola. A Night Like This scalda definitivamente il pubblico del Palasharp. Il concerto entra nel vivo con Lovesong, Pictures Of You e Lullaby, una combinazione che esalta la voce immacolata di Smith, la chitarra di Thomposon e il basso di Gallup. Il punto più alto nella prima serie di canzoni extra, dopo quasi due ore di concerto. M, Play For Today e A Forest, tratte dall’album Seventeen Seconds del 1980, valgono da sole il prezzo del biglietto. L’esecuzione di A Forest, in particolare, immagino resterà nei ricordi dei presenti per la qualità e per la “corrispondenza di amorosi sensi” tra Simon Gallup e il pubblico: le ultime vibrazioni delle corde metalliche del basso si fondono col battito di mani dei 10.000 del Palasharp, per una notte cuore pulsante della musica internazionale.

Ringraziamenti. A Marco e Susy per l’ospitalità nel capoluogo meneghino.

- The Cure, A forest -

3 Risposte a “Io c’ero”

  1. Franca Dice:

    sembri Luzzatto Fegiz…… bravo, bella recensione!

  2. Antonio De Rose Dice:

    Grazie, cara.

  3. nicolascirchio Dice:

    Non sei caduto nel fanatismo, anzi, sei stato poetico e hai scritto cose che ho provato anch’io durante il concerto di Roma.
    Abbracci

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