Molti registi mettono in scena la violenza, sono pochi a farlo con stile. In troppi si dedicano alla denuncia, alla critica sociale, quasi nessuno lo fa con metodo e verosimiglianza delle rappresentazioni, dei caratteri. Film melodrammatico quello di Lumet che si avvale della sceneggiatura di un geniaccio emergente come Kelly Masterson. Due fratelli, Andy ed Hank, per sbrogliare la matassa di una vita spesa male, per riscattare un’esistenza vissuta al di sotto delle aspettative, inseguendo utopistici traguardi, mete illusorie, decidono di “ripulire” la gioielleria di mamma e papà. Quello che in apparenza è un gioco da ragazzi muta in tragedia familiare. L’anziana madre cade vittima di un balordo assoldato per compiere la rapina, per fare il lavoro sporco. I due si fingono estranei alla vicenda, si preoccupano di cancellare le prove del loro coinvolgimento, ma sarà proprio il padre, insofferente verso l’atteggiamento poco professionale dei poliziotti incaricati delle indagini, a scoprire che dietro la rapina e l’omicidio della moglie si nascondono i suoi due figli. Andrew (Philip Seymour Hoffman), il primogenito, è ridotto sul lastrico da un vizietto, quello di sottrarre ricavi alla sua società immobiliare per procurarsi dosi di eroina. Le difficoltà economiche si sommano alla frustrazione sessuale. “Andy” vive nel mito di una notte bollente a Rio proposta senza mezze misure dalla sapiente regia dell’ottantaquattrenne Lumet. L’efficacia dell’inquadratura e seconda solo a quella posturale dei due amanti rivelatrice, nel caso di Andrew, di uno stato d’animo predato dalla morbosità di chi piuttosto che concentrarsi sulla propria controparte, presa completamente dall’amplesso, per nulla docile, si “gode” la sua immagine riflessa in uno specchio. Sua moglie Gina (una conturbante Marisa Tomei), non sentendosi più desiderata dal marito, lo tradisce con lo squattrinato fratello. “Hank” (Ethan Hawke) è schiacciato dal pessimo concetto che la stessa figlioletta, la quale ad un certo punto fa eco alle parole della madre, ha di lui: “un fallito”. “Non tutti i peccati sono uguali”. E’ la premessa del film che li passa in rassegna come un catalogo. Il quarto comandamento (Onora tuo padre e tua madre, appunto) è un ammonimento in forma solenne che riguarda il nostro rapporto con la società, quella naturale in primis. Se non apprendiamo la capacità di amare in quella dimensione essenziale dell’essere umani, probabilmente non la apprenderemo mai. I continui flashback permettono allo spettatore non tanto di chiarirsi lo sviluppo della trama quanto di apprezzare la caratterizzazione dei personaggi. Particolarmente bravi i “fratelli” Hawke e Seymour Hoffman. Dall’autore di Serpico e Quel pomeriggio di un giorno da cani mi aspettavo un gran film. E’ arrivato. Voto 8.




Marzo 25, 2008 alle 2:17 pm |
Il tuo post è in evidenza sulla homepage di http://www.diregiovani.it Saluti, la redazione
Aprile 4, 2008 alle 10:22 pm |
guarda… dop un giorno non ho ancora capito se mi è piaciuto… Non so come dire… mi sembra un inutile esercizio di stile… boh
Aprile 5, 2008 alle 10:40 am |
Ho avuto la stessa sensazione con Non è un paese per vecchi. Anche in quel caso, però, l’esercizio di stile non era inutile, affatto.