Il ciclismo è verità o non è

Christian Vande Velde, americano della Slipstream, è la prima maglia rosa del Giro 2008. La corsa di maggio è partita da Palermo, con una cronometro a squadre, dopo un anno di polemiche e inchieste legate, manco a dirlo, al doping. Il vincitore dell’ultima edizione, l’abruzzese Danilo Di Luca, ha scontato tre mesi di squalifica, condannato per l’inchiesta Oil for drug, ed è uscito assolto da un procedimento avviato dalla procura antidoping del CONI che avrebbe potuto allontanarlo dalle corse per due anni. Il semplice coinvolgimento in queste inchieste è costato all’italiano l’invito nelle classiche del Nord che fanno capo alla Amaury Sport Organisation, società che sovrintende anche il Tour de France, la corsa a tappe più importante del Mondo. Insomma il movimento ciclistico internazionale continua la sua lotta contro la piaga del doping, lo fa però senza il dovuto coordinamento. Le federazioni nazionali procedono in ordine sparso, mancano le giuste sinergie tra l’UCI (unione ciclistica internazionale) e le società che organizzano gli eventi di maggiore rilievo nel calendario professionistico. Il ciclismo prova da tempo a costituirsi come avanguardia dello sport mondiale nella lotta contro l’uso di sostanze illecite. C’è riuscito solo in parte. Nelle ultime stagioni abbiamo visto molti atleti cadere nella polvere dopo esser stati sugli altari delle cronache, trionfatori. Qualcuno ha ammesso le proprie responabilità e ora prova a rialzarsi. Nei confronti di questi uomini occorre essere tolleranti, evitare le criminalizzazioni che farebbero male a loro prima di tutto, con conseguenze anche tragiche, e ad un intero movimento che mi auguro possa riscattarsi agli occhi dell’opinione pubblica e tornare ad appassionare milioni di persone lungo le strade d’Italia e del mondo. Il ciclismo, lo sport in generale, è la verità dei gesti eroici che l’hanno consegnato alla Storia (con la “S” maiuscola) o non è.

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