Il Senato Usa ha approvato il piano Paulson per il salvataggio del sistema finanziario americano. Venerdì sì vota di nuovo alla Camera. Con le modifiche apportate al testo il provvedimento che immette nel mercato nuova liquidità liberandolo dai cosiddetti “toxic assets” dovrebbe passare al vaglio dei deputati ed essere licenziato anche dai repubblicani, almeno da un parte, più intransigenti perchè restituisce fiducia ai mercati e alleggerisce la posizione della middle class e delle piccole imprese mediante il ricorso alla leva fiscale.
Occorre ripensare il sistema di regole che sovrintende il libero gioco della finanza. Sul verso di questo ripensamento si tiene un dibattito importante, la stessa corsa alla Casa Bianca è influenzata da quello intorno all’ulteriore regolazione ovvero alla deregolazione del mercato. Nel primo caso avrebbero la meglio gli speculatori che hanno condotto il sistema ad un passo dal suo annientamento, essi contano, a questo punto, sul provvidenziale intervento dello Stato, dunque sulla socializzazione delle perdite. Nel secondo caso a prevalere sarebbe il liberismo congenito nella cultura politica a stelle e strisce. Il Big Government è un ombra temutissima che aleggia sulla società americana; alla Camera, in occasione del primo voto sul piano Paulson-Bernanke, abbiamo registrato i primi segnali di reazione da parte dell’ortodossia del “free market”.
In Europa un gruppo di economisti lancia un appello alle autorità politiche dell’Ue e degli stati nazionali. La crisi americana ha contagiato anche il Vecchio Continente, la sua portata richiede una risposta corale. Invece si procede in ordine sparso, salvando un banca per volta. In Italia, poi, il ministro dell’Economia sottovaluta l’interdipendenza dei mercati internazionali, ragiona ancora in termini di “mercato italiano”, rassicura tutti sulla liquidità delle banche di casa nostra quando il problema sembra essere di capitalizzazione azionaria, relativo cioè al valore di mercato delle azioni delle società quotate. Il coordinamento delle politiche economiche a livello europeo ha bisogno di una stretta, di essere rilanciato, perchè da esso dipende il futuro stesso dell’Unione.
Leggi Rivolta libertaria. La pancia dell’America è stanca di risolvere i guai del mondo di tasca propria su Il Foglio.it del 1 ottobre 2008
Leggi Mario Monti, Stato e mercato oltre la crisi, sul Corriere della Sera del 21 settembre 2008
Leggi Francesco Vella, Il coraggio di cambiare le regole, su Lavoce.info




Ottobre 3, 2008 alle 10:02 pm |
La mia proposta di modifica è stata rigettata dalla redazione.Vi spiego perchè e riprendo le firme.
http://sinistradelfia.blogspot.com/2008/10/la-mia-proposta-di-modifica-stata.html
Ottobre 5, 2008 alle 9:58 am |
Ritorno all’economia reale?
Dopo la crisi finanziaria delle borse è diventato di moda propugnare il ritorno all’economia reale, alla produzione di oggetti e servizi. Sembra l’ipocrita morale di un film americano degli anni ‘80 di terz’ordine. Forse si dimentica che l’economia reale, sicuramente in Italia e probabilmente anche in quest’Unione Europea che ci somiglia sempre più, è l’economia della grande industria sussidiata e assistita succhiasoldipubblici, soldi di noi contribuenti che ripianiamo i bilanci in rosso delle imprese “produttrici” di debiti, delle imprese dei prestanome della mafia, delle mazzette, degli assessori e sottosegretari, degli appalti truccati, di tangentopoli… (continua)
Ottobre 5, 2008 alle 10:21 am |
Caro Filippo, c’è del buon senso in molte delle cose che scrivi. Personalemte non guardo con estasi ai paesi che hanno convertito la loro economia da reale in finanziaria. Di Svizzera ce n’è una sola. Mi riesce difficile immaginare un’economia italiana senza lavoro, senza produzione di beni e servizi. Quello che mi preme, e su questo punto penso siamo d’accordo, è la libertà di svolgimento delle attività produttive in senso stretto e finanziarie. Il potere pubblico nella mia visione dello stato e della società ha la funzione di garantire questa libertà, non di edulcorarla. Saluti.