Giovedì scorso ho letto sul Riformista un articolo di Stefano Cappellini dal titolo «Se crolla il Muro del blairismo». Il tema è la disfatta della sinistra europea, in particolare della cosiddetta Terza via che Tony Blair inaugurò a metà degli anni Novanta in Gran Bretagna. Scrive Cappellini: «Lo scacco del New Labour è lo scacco strategico di tutto il fronte socialista e democratico». Giusto, la sinistra deve troppo al modello blairiano per non accusare il colpo derivante dalla sua crisi. Su una cosa non sono tanto d’accordo. Che Veltroni sia «un insuperato esempio di blairismo puro». Mi domando: quando, esattamente, Veltroni avrebbe dimostrato di essere un blairista puro, più puro di Schroeder e Zapatero? Quando si sarebbe reso politicamente responsabile di un «forte riformismo sociale» che lo omologherebbe al blairismo o al riformismo? Veltroni si è proposto, piuttosto, come un leader moderato, intenzionato come Blair a sfondare al centro senza, però, avere alle spalle un partito saldamente ancorato nella socialdemocrazia. La differenza non è di poco conto. Il moderatismo di Blair è un equivoco in cui sono caduti estimatori e non del New Labour. Il presunto blairismo di Ventroni ne è un riflesso condizionato. Per uscire dalla sua crisi politica e culturale, la sinistra potrebbe (ri)cominciare a tenere distinti “riformismo” e “moderatismo”. Alla maniera di François Mitterand. Sarebbe utile ripartire da questo punto specie in Italia, dove il centrosinistra è una ammuina post-ideologica, senza capo né coda, che non può in alcun modo contendere al centrodestra un primato basato sempre di più sul dirigismo economico, sull’antimercatismo, sulla compassione contro la libertà, la solidarietà e l’integrazione sociale. Uno strano paradosso vuole che nel momento, di crisi diffusa a tutti i livelli, in cui più avremmo bisogno di socialdemocrazia, ci affanniamo alla ricerca di ricette alternative.



