La questione che scaturisce dall’ultima due giorni elettorale non è tanto la presunta morte del referendum, dopo l’ennesimo flop, quanto il divario sempre più netto tra istituzioni politiche e cittadini che mancando di esercitare i loro diritti costituzionali si fanno del male da soli. L’astensionismo, infatti, non è costato solo la validità della consultazione sulla legge elettorale, ma la scarsa legittimazione dei governi locali eletti, in genere, da meno della metà degli aventi diritto.
Prendiamo ad esempio la vicenda cosentina e l’elezione diretta del presidente della giunta provinciale. Mario Oliverio (centrosinistra) è risultato vincitore sul candidato del centrodestra, Pino Gentile, al ballottaggio. Il presidente uscente ha vinto con il 56,72% dei voti, su una percentuale di votanti del 43,45, contro il 62,63%, su una percentuale di votanti al primo turno di poco superiore al 66, del 2004. Cosa significa? Che non solo Oliverio ha perso consensi rispetto a cinque anni fa, ma che il vertice politico dell’amministrazione provinciale è meno legittimata a svolgere le sue funzioni e rappresentativa del territorio che dovrà governare rispetto al precedente mandato. Legittimata lo è sempre, intendiamoci, ma un conto è se ad eleggere il presidente della giunta provinciale è il 66% degli aventi diritto, un conto se ad eleggerlo è meno del 44.
Se guardiamo l’affluenza al primo turno (64,11%), quando si votavano anche i candidati al consiglio provinciale, un’altra considerazione viene immediatamente in punta di penna. E cioè che il neo-presidente si trova in una posizione di minorità politica rispetto allo stesso consiglio provinciale, eletto da una percentuale di votanti significativamente superiore a quella del turno di ballottaggio. Il dato è rilevante sul piano della futura dialettica tra i due organi, tra il presidente eletto e la sua maggioranza. A cominciare dalla composizione della giunta.


