Salvatore Silvano Nigro, siciliano, è docente di Letteratura Italiana moderna e contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Critico di fama internazionale, sue sono le note introduttive ai romanzi di Andrea Camilleri editi da Sellerio. I risvolti di copertina (o bandelle) di Nigro sono una specie di genere nel genere. Un lavoraccio. Il bandellatore “prepara” il lettore senza obbligarlo, come fa di solito chi scrive la prefazione a un libro, a determinati scopi della pubblicazione. Il professor Nigro accenna alla trama senza svelarla; concilia gli intenti elogiativi della presentazione con il metodo critico della stesura. È una specie di perizia di parte, la sua. Un gran bel leggere. Nel dicembre del 2007 l’editore Sellerio ha persino stampato un libello in quaranta copie con dieci note di Salvatore Silvano Nigro per dieci libri di Andrea Camilleri dal titolo L’arte del risvolto. L’edizione purtroppo è fuori commercio. Grazie al prof. Nigro, comunque, quella dei risvolti di copertina è una “metalettura” che non trascuro più di fare.
Di seguito la prefazione di Andrea Camilleri a L’arte del risvolto, pubblicata su Il Sole 24 Ore il 16 dicembre del 2007 e la nota introduttiva di Nigro a La danza del gabbiano (2009 © Sellerio Editore Palermo, pagg. 288, Euro 13), ultima indagine del Commissario Montalbano.
Il risvolto dei risvolti
di Andrea CamilleriHo sempre pensato che colui che scrive la prefazione a un libro, di narrativa, di poesia, di saggistica non importa, e la scrive naturalmente su richiesta dell’autore o dell’editore, venga contemporaneamente dotato del super-patentino di “unica guida autorizzata”. Vale a dire che, se da un lato il prefatore si trasforma nel filo d’Arianna che consente al lettore di non perdersi nei meandri spesso tortuosi del libro, dall’altro lato finisce con l’indicare a chi legge un percorso comunque obbligato, a fargli seguire una mappa del tutto personale. Il che, in definitiva, è una grossa assunzione di responsabilità.
Se le cose stanno così, che dire di chi scrive i risvolti? Ed è costretto dentro precisi angusti limiti di spazio tipografico?
Se un prefatore può dilungarsi fino alla composizione di un poema cavalleresco, uno che scrive risvolti deve limitarsi rigorosamente al sonetto, e nemmeno caudato. Ne consegue che il bandellatore, stretto tra l’esigenza editoriale dell’elogio del libro e dell’accenno alla trama, si risolve assai di frequente a comporre un manieristico sonetto laudativo incline al volo nei cieli dell’iperbole.
Non sempre, per fortuna, è così. Basta leggere, tanto per fare un solo nome, i risvolti nitidi, lucidissimi, concisi, scritti da Leonardo Sciascia (consultabili perché raccolti in volume e annotati dalle stesso Nigro). Sono come stelle implose che, pur essendosi ridotte a piccole dimensioni, hanno una massa enorme. Sono veri e propri saggi critici condensati in due cartelle scarse.
Scrivere risvolti che abbiano senso, significato e valore non è da tutti perché a mio avviso, si tratta di un qualcosa che rasenta l’arte.
Ho un po’ menato il can per l’aia cercando di ritardare il momento di entrare in merito ai risvolti che Salvatore Silvano Nigro ha voluto scrivere per dieci miei libri, dieci libri che coprono interamente l’arco dei miei interessi di narratore. Il fatto è che mi sento alquanto a disagio a dovere scrivere di qualcuno che così a lungo ha scritto di me. E non solo bandelle, ma anche e soprattutto la splendida prefazione al “Meridiano” che raccoglie buona parte dei miei romanzi storici e civili.
Sono veramente sincero quando dico che aspetto con una certa ansia e un malcelato timore ogni nuovo risvolto di Silvano. Perché Nigro, sotto le mentite spoglie di docente universitario, è in realtà un intelligente e dotatissimo investigatore di gran lunga superiore al mio Montalbano. Ogni volta che entra in una mia “casa” di carta, infatti, Nigro segue orme quasi invisibili, fiuta tracce che nemmeno un cane da caccia, scorge legami nascosti, individua appartamenti e, perché no?, anche incesti impensabili, illumina ripostigli oscuri, mette in evidenza ciò che era nell’ombra, scopre insomma tutti gli altarini.
E capita anche all’attonito autore di sentirsi rivelare una discendenza, una filiazione che sì, certamente c’è stata, ma di cui l’autore si era dimenticato oppure (e qui al Nigro detective subentra il professore Nigro, analista) si era voluto dimenticare.
Volete che non provi un certo disagio?
Ma il disagio viene ben presto sostituito dal piacere della seconda lettura. Già, li leggo due volte e la seconda volta il risvolto me lo gusto come un “pezzo” autonomo, un elzeviro come si diceva una volta, non legato all’occasione del libro. E me lo godo, finalmente, per la raffinata eleganza, per l’ironia, per l’apparente leggerezza della scrittura di Nigro, tutte cose dietro le quali egli ama celare (celiare?) uno sguardo critico acutissimo, implacabile, una specie di raggio laser.
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Una bianca fiammata si accende sulla spiaggia di primo mattino. Divampa il battibatti disperato, il frullo convulso di un gabbiano che, strepitando a vuoto, e con torsioni dolorose, di sotto in su si avvita attorno al becco disperatamente puntato sul cielo; e mette in danza, solitaria e terrificante, gli squassi e gli spasimi arrantolati della propria morte. È una prefigurazione sinistra, questa, dell’intonazione lugubre e del ritmo giroscopico del romanzo: che fa perno sulla misteriosa scomparsa dal commissariato di Vigàta dell’ispettore Fazio; su cadaveri restituiti dai vortici ciechi di pozzi trivellati in terre aspre e desolate; su esistenze nascoste e ambigue, passioni tristi, seduzioni basse e chiacchiere da cuscino; su binocoli e cannocchiali, voyeurismi pericolosi e cleptomanie gaglioffe; su un traffico di armi chimiche con contorno di canaglie politiche; e su una sedia vuota, in una chiusa stanza, tra impropri e vergognosi strumenti di tortura, schizzi di sangue rappresi, tanfi di morte e torbidumi, e segni sparsi di una danza di costrizione, irrituale e atrocemente scomposta. L’orrore si riverbera sulla coscienza offesa del commissario Montalbano. Intride la trama del romanzo. E mentre Montalbano ricolloca le tante tessere di una scompaginata storia criminale, non può sottrarsi alla sensazione che tutto si avvolga in calce allo sconcerto suscitatogli dalla sarabanda di un gabbiano in agonia: nessuno fa caso all’allarme di un gabbiano che all’improvviso stramazza, all’avvilimento di uccelli marini che disertano le battigie per contendere ai topi le discariche, al mare che perde i suoi aromi pur sotto un cielo che sa ancora recensire stupendi notturni leopardiani. La storia è dura. Ma l’indagine è sottilmente umoristica. Montalbano contrasta le false evidenze con le sue false negligenze; inscena teatri, e mette in campo furfanterie e giochi d’astuzia. Lo aiutano anche le smarronate di Catarella, le insubordinazioni, le inadempienze burocratiche; e persino una passione amorosa, un po’ recitata e un po’ malinconicamente sofferta. Con Livia, il commissario abita tempi che non si toccano. Gli orologi molli sono i suoi nemici. O sono forse gli alibi che gli servono. Montalbano è come un personaggio di Cervantes. Deve tener testa all’attore Zingaretti, che lo interpreta e gli fa concorrenza in una fortunata serie televisiva. Deve badare al patronaggio dello scrittore Andrea Camilleri, che incontentabile esige da lui storie già pronte per diventare romanzi. Deve badare ai baccalari della critica, che al giallo preferiscono il rosa. Lui, Montalbano, ha cinquantasette anni. Si attribuisce qualche sfaglio. Ma sa come consolarsi.
Salvatore Silvano Nigro


