Della lettera inviata al presidente della Repubblica Napolitano dalla dottoressa Rita Clementi, brillante medico genetista da domani in organico presso un istituto di Boston, mi colpisce la pietà della ricercatrice, costretta alla fuga, nei confronti del suo Paese.
L’Università, che in Italia è il principale snodo della ricerca scientifica e tecnologica di base, da istituzione libera o statale ma sempre di alta cultura, s’è involuta nel tempo a “burocrazia culturale” alleata della politica più conservatrice. I mali dell’una (cooptazione dei nuovi membri, mancata valorizzazione del merito, scarsa economicità nella gestione delle risorse) sono quelli dell’altra.
Personalmente diffido di coloro che, specie dall’interno, si schermiscono dietro l’argomento degli scarsi finanziamenti all’università per giustificare il quadro desolante della ricerca italiana che emerge dal confronto internazionale quando, come sostiene la stessa Clementi, è perfettamente inutile aumentare gli stanziamenti se non si sradicano «le lobby che usano le Università e gli enti di ricerca come feudo privato».
L’esempio della dottoressa Clementi è un pungo nello stomaco di chi ha prestato una sorta di giuramento vassallatico nei confronti dei cosiddetti “baroni”, di chi aspira ai gradini superiori della gerarchia “feudale” e, sapendo di non poterci arrivare solo per merito, ma piuttosto per fedeltà, si tace.


