Di Caprio punta l’Oscar, attenzione ai non protagonisti

John Edgar Hoover incarna l’America contemporanea; con i pregi, i difetti, le paure. Il suo protagonismo si offre all’arte cinematografica come la creta al vasaio. Clint Eastwood plasma una figura controversa, interprete delle tensioni che attraversano gli Stati Uniti per mezzo secolo, percorsa essa stessa da un disagio che muove dalla sfera familiare per riverberarsi, moderato con estremo rigore, nella vita di relazione.

Spiccate doti organizzative permettono a Hoover (Leonardo Di Caprio) di bruciare le tappe. A ventinove anni è un grand commis dello Stato. Direttore del Bureau of Investigation presso il Dipartimento di Giustizia americano. Sotto di lui l’ufficio assume l’attuale denominazione di FBI, diventando l’amministrazione pubblica più efficiente degli Usa, all’avanguardia della tecnica, meritocratica.

L’FBI rivolge la propria attività investigativa contro i comunisti durante il biennio rosso, i gangster d’ogni matrice negli anni del proibizionismo e i maggiori crimini violenti. Ma la vera cifra che caratterizza il bureau, a immagine e somiglianza del suo organizzatore, è politica. Sono le idee che evidenziano la pericolosità di un cittadino per l’ordine pubblico. I rapporti sulle eventuali connessioni comuniste di esponenti della politica, delle istituzioni e della cultura caratterizzano gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, periodo noto in America come maccartismo (da Joseph McCarthy, senatore repubblicano del Wisconsin). La stessa Eleonor Roosvelt finisce nelle maglie dell’intelligence hooveriana, il femminismo della first lady ridesta la Red Scare negli ambienti più conservatori del Paese. E poi Martin Luther King: Hoover prova l’arma del controspionaggio per neutralizzare il movimento del leader nero.

L’informazione è potere, J. Edgar lo sa bene. Con lui i vizi privati della classe dirigente sono al sicuro (v. i tradimenti di JFK), gliene deriva una notevole capacità d’influenza. “L’uomo più potente del mondo” è ritratto con l’ossessione per l’integrità fisica e morale: “io dico che chi entra a far parte di questo bureau deve comportarsi in modo tale da eliminare anche la minima possibilità di critica alla sua condotta”. Dunque se si sapesse dell’omosessualità, Hoover non potrebbe più legittimarsi presso l’opinione pubblica quale eroe nazionale. Persino i risultati investigativi dell’FBI passerebbero in secondo piano. Allora pensa a una moglie, ma quello con le donne è un difficile compromesso; non si fida che di Miss Gandy (Naomi Watts), la segretaria che custodisce i suoi rapporti confidenziali. Dissimula i sentimenti per il collaboratore Clyde Tolson (Armie Hammer), protagonista di una dialettica tutta giocata sul filo che separa la legalità dall’illegalità.

Più di una volta Hoover ha piegato le regole per garantire la sicurezza nazionale. Il tema degli abusi di potere è, da dieci anni a questa parte, al centro del discorso pubblico in tutto l’Occidente con l’impennata del terrorismo islamista: corsi e ricorsi storici. Film esteticamente ineccepibile. Di Caprio punta l’Oscar. Ma attenzione anche ai non protagonisti. Voto 7,5.

2 Risposte

  1. mmmah…il film è bello, ma a me, ripeto, Clint Eastwood piace molto di più con sigaro e poncho nei film di Sergio Leone. Come regista non mi fa impazzire. Comunque valuto 6 il tuo film “da maschi”, e, inoltre, personalmente non credo che di Caprio possa vincere l’oscar con questa interpretazione. Direi che tra i candidati in lizza per il premio lo Sean Penn di This Must Be the Place è senz’altro migliore. Ritengo pessimo il doppiaggio di Di Caprio da vecchio, davvero poco convincente. Nel complesso comunque salvo l’idea, la sceneggiatura e i dialoghi. Voto 10 al parcheggiatore abusivo del San Nicola.

    • te l’ho detto a caldo, te lo ripeto a freddo. La tua tesi su film da maschi/film da femmine è fondata. Ma questo non è da maschi in senso stretto. Su l’Oscar ritengo che This Must Be The Place sia in vantaggio come Miglior Film e Miglior Regista. Di Caprio è in credito con L’Academy. Ti faccio notare che il primo Oscar Sean Penn l’ha vinto in Mystic River, con Eastwood alla regia. Porta bene.

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