Sono settimane di dibattito sulle misure da adottare per il rilancio dell’economia nazionale. Dopo il salasso dell’ultima manovra di finanza pubblica occorrono stimoli alla crescita. Fondamentale il tema delle liberalizzazioni. Sotto attacco, tra le altre, la lobby dei farmacisti. Adeguare la distribuzione dei farmaci ai principi del liberalismo economico è cosa buona e giusta, se significa superare il retaggio corporativo che limita l’efficienza di questo come di altri mercati. Ma la salute è un diritto fondamentale della persona e la sua tutela ammette più di un’eccezione al libero gioco dell’economia. Una deregulation all’americana potrebbe aggravare il fenomeno dell’abuso di farmaci, che non desta l’allarme sociale dovuto in un paese in cui il 75% della spesa farmaceutica è a carico dello Stato. Il problema sembra essere quello dei prezzi. Ma quanto costa al Servizio Sanitario Nazionale un ricovero per l’uso scorretto di un farmaco? Il marketing quasi marginalizza il ruolo del farmacista; il quale dovrebbe, nel dispensare un medicinale, moderarne l’uso specie quando la sostanza non è prescritta da un medico. La farmacia come presidio (in molti casi il primo) di salute pubblica; la qualificazione professionale dei suoi operatori aggiunge valore anche alla vendita di una semplice (si fa per dire) aspirina. Se solo ci accostassimo al banco con la giusta consapevolezza esigeremmo quel valore che direttamente o indirettamente paghiamo. Dalla bozza di decreto al vaglio dei ministri sembra scongiurata una deregolazione che metta sullo stesso piano i medicinali con i beni di consumo in vendita presso la grande distribuzione. L’accesso alla titolarità delle farmacie e il potenziamento dei servizi appaiono centrali nell’indirizzo del governo. Che evidentemente non dimentica di concedere a privati un servizio che resta pubblico.