L’identità cristiana non si risolve in un simbolo affisso in aula. Ma non è questo il punto. Una corte ha sentenziato che il crocifisso discrimina i non credenti. Per emanare questo tipo di sentenza avrebbe dovuto provare come, in che modo, il non cattolico, o meglio non cristiano, è discriminato dal crocifisso. Siccome non l’ha fatto quella pronuncia configura un arbitrio.
Un non credente deve protestare la sua ingiusta discriminazione se davanti alla legge è trattato in modo diverso dal credente sulla base del suo orientamento religioso. Ma in Italia la libertà religiosa è massima. Lo era pure, salvo la dolorosa parentesi fascista, prima che entrasse in vigore la Costituzione Repubblicana. Persino lo Statuto Albertino, pure se dichiarava quella Cattolica religione di Stato, tollerava gli altri culti.
E’ così difficile accettare che il cristianesimo abbia avuto e abbia ancora un peso notevolmente superiore nella formazione della coscienza collettiva, e non come professione di fede che non c’entra proprio nulla, nella conoscenza stessa del diritto naturale, rispetto ad altre religioni e filosofie in Europa? Come si comprende l’Europa senza cristianesimo? La storia, l’arte e la letteratura.
Come può un continente con duemila anni di storia cristiana sul groppone essere un luogo comprensibile, dunque accogliente, per i diversamente credenti o i non credenti di altre regioni del Mondo se d’un tratto lo sterilizziamo? Ci rendiamo conto che il giusto avanzamento della nostra cultura sul terreno della laicità non ci porta tanto lontani dalla lettera del nuovo testamento cristiano ma piuttosto dalla Chiesa che ha difficoltà a corrispondere l’uomo del terzo millennio? Nel 2009 il crocifisso si espone per ragione, non più solo per fede.
Public Enemies è la fotografia di un’America depressa che si specchia in un fascinoso fuorilegge. La regia, di Michael Mann, sperimenta in un film di genere classico inquadrature da real tv, una semi-soggettiva risultata scarsamente efficace. Opache le prove degli attori. Apprezzabili i costumi e le scene. Voto 6.
Da uno spunto autobiografico un saggio della migliore cinematografia italiana. Il film, scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar 2010, è a detta dello stesso regista il più personale di Giuseppe Tornatore, che racconta a modo suo, “poetico” nel senso del valore estetico dell’opera, una storia d’amore che s’intreccia con quella politica e sociale del Paese. Il cast è una grande orchestra che il maestro Tornatore dirige traendo il meglio dagli interpreti, esordienti e veterani. Le musiche sono scritte, orchestrate e dirette da Ennio Morricone. E ho detto tutto. Voto 8.
Il grande sogno è il racconto del ‘68 dal punto di vista di Michele Placido in un saggio artistico equivicino alle ragioni del movimento e dei poliziotti “figli di poveri” (Pierpaolo Pasolini, Il Pci ai giovani!, su Nuovi Argomenti, n.10, aprile-giugno 1968). I giovani animatori della contestazione vengono ritratti dal regista di Romanzo criminale nell’atteggiamento di prendere posizione contro la cultura dominante dell’epoca, di far diventare scuole e università “centro di disfunzione del sistema capitalistico”. Ma gli studenti che alzarono le barricate non invertirono la tendenza che oggi ci consegna un mondo globalizzato intorno al paradigma mercatista, fallirono l’appuntamento con la “Rivoluzione”. Quella stagione così obiettivamente raccontata da Placido segna una forte discontinuità rispetto al passato riscattando i figli dal giogo paterno e liberando i costumi sessuali: penso al personaggio di Laura, studentessa universitaria di estrazione borghese, militante di Azione Cattolica, che conosce per la prima volta un uomo partecipando all’occupazione del suo Ateneo. Il movimento fu in parte politicizzato negli anni Settanta, assorbito dai partiti della sinistra tradizionale, in parte no. Nel suo ambito alcuni gruppi maturarono la decisione di “alzare il livello dello scontro”, di intraprendere la lotta armata. Fu allora che il grande sogno svanì. Una poderosa Jasmine Trinca – Laura nel film, ndr – è stata premiata come interprete emergente alla 66ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Voto 7.
È morto Patrick Swayze. Lo saluto parafrasando la battuta di un suo personaggio, Bodhi in Point Break – Punto di rottura (1991): “Ciao Patrick, ci vediamo in un’altra vita.”
Commedia matrimoniale con Sandra Bullock e Ryan Reynolds. Ben diretto da Anne Fletcher. Film scontato e insieme sorprendente. Scontata è la trama, sorprendente la sua scansione. Lo scenario, ad esempio, cambia drasticamente come la natura del rapporto tra Margaret Tate (Sandra Bullock), bella e austera redattrice newyorkese, e il suo talentuoso assistente Andrew Paxton (Ryan Reynolds): i due non si amano ma Margaret costringe Andrew a sposarla per ottenere il rinnovo del suo visto negli Usa e salvare la carriera di entrambi. Da New York in Alaska, dove vivono i genitori di lui, per la festa di compleanno di Nonna Annie. In questo contesto l’amore sostanzia l’apparente relazione tra due perfetti sconosciuti. In grande forma la Bullock. Per la prima volta saggio Reynolds in una commedia; l’avevo visto solo in X-Men le Origini: Wolverine nei panni di Deadpool. Voto 6+.
Con Dane Cook, Kate Hudson, Jason Biggs e Alec Baldwin, per la regia di Howard Deutch. Mi era sfuggito in città, lo scorso giungo, l’ho recuperato al mare. Licenziosa e volgare come poche commedie romantiche, ma altrettanto brillante. La più originale del genere vista negli ultimi anni. Deutch è lo stesso “coraggioso” di Bella in rosa (1986). Quelli della mia generazione ricorderanno Andie Walsh (Molly Ringwald) nei panni di una novella Cenerentola, abbandonata dalla madre e figlia di un padre disoccupato, che frequenta una scuola di fighetti: tutti la snobbano, meno uno che se ne innamora. Da segnalare la bella prova di Cook, molto efficace nell’atipico ruolo di Tank: uno sciupafemmine che esce con le ragazze degli altri per convincerle in modo subliminale di essere ancora innamorate dei loro ex. Voto 7.
Venerdì 17. Grazie a Solomon Burke, Invasioni ha ripreso quota dopo diverse stagioni di appannamento. Il concerto gratuito de “il Re del Rock’n'Soul” mi ha permesso, ci ha permesso, di fare esperienza dell’arte e della letteratura afroamericane. Una musica commercializzata ma sempre ben salda nella tradizione etno-culturale che esprime oggi, per la prima volta nella storia, il presidente degli Stati Uniti d’America. Domenica 19. La serata conclusiva, animata da Caparezza, ha fatto registrare un’affluenza di pubblico con pochi precedenti per Invasioni. A occhio saranno state 15 mila le presenze tra piazza XV Marzo, teatro del concerto, e la villa vecchia. Questo successo rinverdisce i fasti di un recente passato nel quale il centro storico di Cosenza era cuore pulsante della vita socio-culturale dell’intera provincia; è soprattutto uno stimolo per le amministrazioni locali che negli ultimi tempi hanno prediletto, patrocinandone le manifestazioni più diverse, l’arte pecoreccia a discapito della musica e delle arti figurative. Perchè “non di solo pane (e formaggio) vive l’uomo”.
Va riconosciuta, dunque, una sensibile inversione di tendenza nell’indirizzo degli assessorati allo Spettacolo (Bozzo), alla Cultura (Dionesalvi) e al Turismo (Vuono) del Comune di Cosenza. Per il futuro promettono ulteriori iniziative. Buon lavoro.
Due giorni fa ho osservato lo sciopero dei blogger contro il DDL Alfano e per il diritto alla Rete. Il 14 luglio ricorre l’anniversario della presa della Bastiglia e l’inizio della rivoluzione francese (1789), ma non solo. E proprio di questo avrei voluto scrivere. L’anno è il 1948, il luogo Roma. All’uscita di Montecitorio uno studente di giurisprudenza di Bagnoli Irpino (AV), Antonio Pallante, esplode contro il segretario del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti, quattro colpi di una pistola a tamburo calibro 38. Tre vanno a segno. Togliatti è grave. Poche ore dopo il ferimento del Migliore si registrano manifestazioni di protesta in tutto il Paese. A Torino viene addirittura sequestrato nel suo ufficio Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat. Violenti scontri tra manifestanti e forze di polizia si verificano a Roma, Napoli, Livorno e Genova. L’Italia è sull’orlo della guerra civile. Intendiamoci, un’insurrezione armata di marca comunista su territorio italiano ha poche possibilità di riuscire. Yalta, la presenza militare USA in zone nevralgiche del paese, rendono questo disegno velleitario. Ma il rischio, nei giorni che seguono l’attentato a Togliatti, è concreto. A stemperare gli animi dei dirigenti e della base comunista che già accarezzano l’ipotesi rivoluzionaria sono due uomini: il professor Pietro Valdoni, fondatore della moderna chirurgia italiana, che salva la vita all’on. Togliatti e – mi piace pensarlo anche se non mi ha mai persuaso del tutto questa lettura della storia patria – Gino Bartali. Il quale, impegnato sulle strade del Tour de France come capitano della nostra squadra nazionale, sul punto di ritirarsi, è raggiunto telefonicamente dall’allora presidente del Consiglio, il democristiano Alcide De Gasperi. Pur con un ritardo di venti minuti dal capoclassifica Luison Bobet, Bartali parte all’attacco nel tappone alpino che da Cannes conduce a Briançon, con il Colle d’Allos, il Colle di Vars e il Colle dell’Izoard da scalare. Il giorno dopo ancora una fuga memorabile nella tappa Briançon-Aix-les-Bains, di 263 km. L’Intramontabile è atteso dal colle di Lautaret, dal Galibier e dalla Croix de fer. Ginettaccio veste al termine di quella tappa la “maillot jaune” e difende il simbolo del primato fino a Parigi. Il successo di Bartali contribuisce ad affermare una coscienza nazionale in un Paese ancora in ginocchio dopo la guerra, politicamente e socialmente lacerato, le cui divisioni sono ben rappresentate e soprattutto compensate dal ciclismo. Il 14 luglio è anche questo.
L’Università, che in Italia è il principale snodo della ricerca scientifica e tecnologica di base, da istituzione libera o statale ma sempre di alta cultura, s’è involuta nel tempo a “burocrazia culturale” alleata della politica più conservatrice. I mali dell’una (cooptazione dei nuovi membri, mancata valorizzazione del merito, scarsa economicità nella gestione delle risorse) sono quelli dell’altra.
Personalmente diffido di coloro che, specie dall’interno, si schermiscono dietro l’argomento degli scarsi finanziamenti all’università per giustificare il quadro desolante della ricerca italiana che emerge dal confronto internazionale quando, come sostiene la stessa Clementi, è perfettamente inutile aumentare gli stanziamenti se non si sradicano «le lobby che usano le Università e gli enti di ricerca come feudo privato».
L’esempio della dottoressa Clementi è un pungo nello stomaco di chi ha prestato una sorta di giuramento vassallatico nei confronti dei cosiddetti “baroni”, di chi aspira ai gradini superiori della gerarchia “feudale” e, sapendo di non poterci arrivare solo per merito, ma piuttosto per fedeltà, si tace.