Giustizia, faceto

Luglio 11, 2008

In questa sequenza Luca Medici, in arte Checco Zalone, rende giustizia a Tiziano Ferro. Un grande… Zalone.


Musica, Sabato e Domenica

Luglio 7, 2008

Sabato. Me ne ha parlato Franca, passavano la sua canzone nel locale dove abbiamo trascorso la serata. Oggi finalmente l’ho ascoltata, Giusy Ferreri. Nella classifica dei dischi più venduti in Italia, ha scalzato dal primo posto niente meno che i Coldplay. France’, hai ragione, d’impulso uno pensa subito: è la Amy Winehouse de’ noantri. Ma forse siamo ingenerosi, la ragazza ha talento anche se Non ti scordar mai di me non è proprio originale.

Ieri. Un Sioux - paninazzo del Free pub, ndr - mi è quasi finito di traverso quando le mie povere orecchie hanno udito questa versione punk-rock di un celebre successo degli Smiths, This Charming Man. Loro sono i Death Cab For Cutie, band statunitense di Washington.


Il cinema secondo Giuseppe Ferrara

Luglio 4, 2008

Due sere fa ho rivisto con piacere il Giovanni Falcone di Giuseppe Ferrara, autore che stimo particolarmente per il piglio dello storico con cui indaga la realtà. La sua arte - da Il sasso in bocca a Cento giorni a Palermo, da Il caso Moro a I banchieri di Dio - non è mai fine a se stessa. Daniel Jovovanovich ha dedicato al regista toscano una monografia dal titolo Giuseppe Ferrara: il cinema della verità, edito da Gordini nel 2006. Di seguito riporto uno scritto dello stesso Ferrara che difende la scelta di girare un film su Falcone nel 1993, la pellicola uscì appena un anno dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio.

“CINEMA COME INVERSIONE DELLA SOFFERENZA”
di Giuseppe Ferrara*

Tale è la forza del cinema e tale è la forza della realtà che, quando un regista li unisce proponendo un cinema della realtà , si scatenano le reazioni più strane e apparentemente più illogiche. Se poeti, cantanti, scrittori dedicano le loro opere alla strage di Capaci, nessuno batte ciglio. Così mandare in onda ore e ore di filmati televisivi sulle stragi siciliane va benissimo. Invece fare un film, anzi esprimere l’intenzione di fare un film su Falcone suscita indignazione: “E’ troppo presto”, “E’ sciacallaggio”, o almeno bisogna “usare la metafora, l’apologo”, non il realismo. Addirittura lo scrittore Domenico Rea ha discettato: “A entrare nei particolari della storia di Falcone si sciuperebbe un capolavoro di rettitudine (…). E’ meglio lasciarlo al mito. I film lasciano una sfilacciata memoria”. Ma si puo’ impedire al cinema di fare la sua parte? Tra l’altro il film tra le forme espressive è forse quella che meglio di tutte soddisfa l’idea freudiana secondo la quale l’arte potrebbe compensare, almeno parzialmente, le ingiustizie quotidiane cui l’individuo è esposto. E’ una concezione dell’espressività come “inversione della sofferenza” che da Freud passa per lo storico dell’arte Aby Warburg e arriva allo scrittore e drammaturgo Peter Weiss. Attraverso il cinema credo che il brutale annichilimento delle vittime di Palermo possa venire almeno in parte risarcito, quasi strappato alla distruzione e rimesso in gioco nel tempo presente. Mai come oggi sento che portando a conoscenza i meccanismi di una criminalità occulta attraverso la ricostruzione dell’opera giudiziaria svolta da Falcone sia possibile dare una spinta allo smascheramento di questo contropotere chiamato mafia e insieme un contributo alla difesa e al rafforzamento dei valori democratici.

(*) Tratto da “http://giuseppe-ferrara.aitek.org/falcone.htm”


Arancia Rossa, riunione di redazione tra il serio e il faceto

Giugno 25, 2008

Nicola ha scritto un pezzo sulla crisi della sinistra prendendo spunto da un congresso locale di Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo. E’ cominciato tra di noi uno scambio di battute tra il serio e il faceto.

***

Antonio - Caro Nicola, in un mondo “globalizzato e di libero mercato” la sinistra non deve tanto schierarsi a difesa dei consumatori, per quello ci sono l’Adusbef o l’Adicosnum. La sinistra deve avere una sua idea di stato e società, possibilmente alternativa a quella della destra. Come te ho avuto la sensazione che Sinistra Democratica questa idea non ce l’abbia a dispetto del riferimento esplicito al Socialismo Europeo. E’ vero, la società delle fabbriche non esiste più. Ma si torna a morire come mosche nei cantieri e alla terziarizzazione della nostra economia corrisponde una terribile flessione delle tutele sul lavoro che una volta era stabile e ben retribuito mentre oggi fa degli impiegati, dei ricercatori universitari (puoi chiedere a Francesca Romana se i loro assegni sono adeguati alle mansioni che svolgono, se è contenta) e dei lavoratori parasubordinati” le maestranze del terzo millennio. Ieri si chiamavano operai e agricoltori, si contrapponevano ai padroni delle fabbriche e dei fondi. Oggi si chiamano collaboratori coordinati, lavoratori a progetto, intermittenti, a chiamata, sono considerati alla pari, nell’economia del rapporto di lavoro, dei loro committenti con la conseguenza di un abbassamento del costo del lavoro e delle garanzie sociali. Per questo io penso che la parola d’ordine della sinistra non debba essere tanto “liberismo”, che persegue comunque la logica del profitto e non quella della più equa ripartizione della ricchezza, ma ancora una volta socialismo (o riformismo, revisionismo, liberalsocialismo, socialdemocrazia, laburismo, fai tu). Evidentemente la pensiamo in modo diverso. Mi scopro addirittura più a sinistra di te, ma non fa nulla. Per me puoi pubblicare il tuo contributo.

Nicola - Caro Antonio, se è vero che in difesa dei consumatori ci sono l’Adusbef e Adiconsum è anche vero che in difesa dei diritti di tutti i tipi di lavoratori ci sono decine e decine di sindacati. Non ho detto che la sinistra si deve mettere a controllare i prezzi, ho scritto che deve favorire la concorrenza attraverso riforme liberiste. Non è un discorso di destra, anzi. Questo libro è interessantissimo: “Il liberismo è di sinistra” di Alesina e Giavazzi. Forse anche tu lo hai letto. Dopodiché non ho neanche scritto che bisogna fottersene dei precari. Comunque non credo che il liberismo persegua la logica del profitto come fa ad esempio il capitalismo sfrenato e squilibrato. Il liberismo favorisce la concorrenza e quindi la meritocrazia, scoraggia i monopoli e stimola nuove idee (sempre se non vengono bloccate dalla mafia). tutto a vantaggio dei cittadini. Saluti.

Antonio - Caro Friederich von Hayek, non ho detto che tu hai detto che la sinistra si deve mettere a controllare i prezzi, nè che bisogna fottersene dei precari. Mi spiace contraddirti ma il liberismo è ancora più “sfrenato” del capitalismo che al potere pubblico, allo Stato, domanda protezione mentre il primo chiede l’abolizione di qualsiasi dazio, barriera, limitazione del libero mercato. Il tuo pensiero è esposto con grande chiarezza. Lo rispetto ma non lo condivido. Non è che dobbiamo essere sempre d’accordo. Registro che su questo tema ti attesti su posizioni moderate. Ti voglio bene lo stesso. Saluti, John Maynard Keynes

Nicola - Caro Hengels, è più di sinistra un capitalismo che chiede
protezione allo Stato o un liberismo che chiede l’abolizione delle barriere e dei dazi a favore della libera concorrenza affinché i cittadini siano più liberi di scegliere? Più che moderato mi riterrei pragmatico. Ma le porche in tutto ciò che fine hanno fatto? Saluti, Luca Toni

Antonio - Caro Adam Smith, non sono per il capitalismo che chiede protezione, sono per l’intervento pubblico a fini redistributivi, per recuperare il maggior numero di soggetti al libero gioco dell’economia. Le regole di questo gioco sono state falsate dalla globalizzazione (liberista), per questo c’è bisogno di più Stato. Nico’, se preferisci dico che sei pragmatico. Ma sei proprio moderato, un economista neoclassico. Io, invece, sono a favore di un’economia “sociale di mercato”. Le porche? Sono marxiste. Per rispondere alla tua mail stanno ripassando Il Capitale. Saluti.

Francesca Romana - Carissimi Gianni e Pinotto, io non ripeto il Capitale, semplicemente perchè per “ripetere” una cosa, bisognerebbe prima saperla! Non sono marxista, non ho la cultura politica che avete voi, quindi da povera ignorante dico solo che il capitalismo è ormai sulla via del tramonto, e le ripercussioni dei danni che lascia mi pare siano tangibili e sotto gli occhi di tutti. Saluti e baci, Bocconotti Cinzia

Antonio - Cara Bocconotti Cinzia, si fa per scherzare. So che non sei marxista come so che Nicola non è un economista neoclassico. Però forse sei più d’accordo con me che con Nic sul punto. Noi giochiamo a fare gli sicenziati della politica, ma tu sei sensibile a certi temi come ogni persona di sinistra e di buona cultura, indipendentemente dagli strumenti del sapere che ti sono più congeniali, quelli della scienza e della tecnina. Dal congresso di SD abbiamo tratto, anche se il livello del dibattito non era così elevato, elementi di riflessione che Nicola ha messo nero su bianco. La tua mail dobbiamo prenderla come un “Sì, pubblica”?. Ciao, Cinzia. Tuo Bombolo


The End

Giugno 5, 2008

Avvertenze:

  1. Non è morto nessuno;
  2. Nel mio archivio tenevo questa specie di “coccodrillo”, pronto per essere pubblicato. Il momento è quello buono.

***

Uno apprende certe notizie e non può fare altro che riferirsi al suo diario, chè questo è pur sempre un diario. La notizia è che la prossima potrebbe essere l’ultima recensione della triennale rubrica sul cinema, contro le mie stesse aspettative, piatto forte di questo blog e del precedente. In realtà questa non è la notizia, ne è piuttosto la devastante conseguenza. Ma, se è vero che Fermoposta è un diario, è pur vero che si tratta di un diario pubblico quindi non è sempre conveniente dire tutta la verità che si conosce. Dicevo che la prossima recensione potrebbe essere l’ultima. Perchè? E’ presto detto. Da qui a qualche giorno dovrebbe, uso ancora il condizionale, venir meno una consuetudine, felice e anche un po’ chiacchierata: il mio appuntamento al cinema con Franca. Sì, meglio cominciare a far pace con l’idea. Doveva succedere prima o poi. Lo so io, lo sapete voi che abitualmente mi leggete. Così imparo a scegliermi un compagna di cinema piuttosto che un compagno. Che poi, a dire il vero, non ci siamo neanche scelti. Ci siamo trovati. Irriducibili del grande schermo, mai, o solo qualche volta, appagati dalla diffusione della pirateria ovvero dal gusto salottiero per l’home video. Mancherà, con tutto il rispetto per gli altri, uno dei presupposti fondamentali della rubrica: il commento di Franca alla mia recensione. Come fare senza? Non vorrei pensarci, ma devo. L’ho fatto e concludo che non si può fare senza, che siamo giunti alla fine di un ciclo. Mi sarebbe piaciuto terminare in bellezza, con una pellicola di quelle che “non se ne fanno più”. Nemmeno questo si può fare. Qualche giorno fa si è spento Sidney Pollack, uno dei registi della New Hollywood, autore di The Way We Were (Come eravamo), drammone capolavoro del cinema d’oltreoceano tratto dall’omonimo romanzo di Arthur Laurents. Chiudere con un film così sarebbe stata tutta un’altra storia. Ma di film così, appunto, non se ne fanno più. La filmografia degli ultimi tre anni voglio ripercorrerla con uno slide show delle locandine, dalla prima all’ultima, ad evocare i ricordi di una stagione che mestamente ci lasciamo alle spalle. The End.

***


Sorrentino, l’insolente ritratto del divo Giulio

Giugno 1, 2008

La scena in cui Scalfari è seduto di fronte ad Andreotti e gli elenca i misteri italiani che lo riguarderebbero a vario titolo oppure il monologo che sintetizza la “filosofia prima” del Divo, l’ambiguità nel suo discernere il bene dal male? Non c’è una vera e propria chiave d’arco in questo film, non ci sono momenti, o profili, di secondaria importanza nell’architettura di Sorrentino: l’emicrania che segna il corpo, l’animo piagato dal ricordo ossessivo di Moro, la solitudine dell’uomo di potere il quale avverte il peso di una missione salvifica che giustificherebbe il suo realismo politico, vera cifra del personaggio Andreotti. L’insolenza della sceneggiatura fa il paio con l’ingenuità di alcuni passaggi. Ad esempio l’incontro con Riina, il bacio, addirittura la puntura di spillo, l’iniziazione mafiosa. Si tratta di circostanze entrate nell’immaginario collettivo, delle quali è lecito dubitare, che aumentano la dose di surreale, di grottesco, nel ritratto del leader democristiano. Quello del regista napoletano Paolo Sorrentino è un cinema engagé che rinverdisce la scuola di Rosi, Petri e Ferrara. Precisione tassonomica nel fornire allo spettatore meno avveduto quei riferimenti storici e linguistici essenziali per assaporare un lavoro importante, complesso e insieme agile. Storiografia romanzata in salsa indie. Godibile dall’inizio alla fine. Voto 8

- Cassius, Toop toop -


Energia alternativa, effetto serra, le prospettive

Maggio 15, 2008

Guardo fuori dalla finestra e quello che vedo è un pioggerellina sottile sottile che scende leggera ricoprendo di un velo di malinconica freschezza tutta la città. Vedo anche le colline verdi che preannunciano il lussureggiante spettacolo primaverile imminente che ci condurrà dolcemente all’estate. E se tutto questo un giorno svanisse? Il proverbio più scontato del mondo asserisce che “non ci sono più le mezze stagioni”, e se da un lato questo è diventato un simpatico espediente per sottolineare la banalità di certi discorsi, dall’altro è purtroppo un lugubre presagio. Che il clima stia cambiando in maniera incessante ed incalzante è una verità di cui non si fa più ormai mistero: quando durante l’inverno (parlo di quello 2006/2007) si vedono le farfalline svolazzare allegramente, gli alberi in fiore e le placide montagne della Sila senza neve, ci si rende conto che è necessario correre ai ripari. L’effetto serra ormai tristemente celebre non è più un argomento di ecologia studiato alle scuole elementari, che sembra così distante dalla realtà in cui si vive, ma è un potente guaio le cui ripercussioni si palesano, per l’appunto, ogni giorno che passa. L’incessante desiderio di produzione ha portato oltre al benessere economico di cui si è goduto negli ultimi decenni, anche al riversamento in atmosfera di quantità allarmanti di CO2. Leggi il seguito di questo post »


Fiera del libro, Israele, gli intellettuali / 2

Maggio 7, 2008

Il Riformista ripubblica, dopo quarant’anni, una nota di Pier Paolo Pasolini apparsa su Nuovi argomenti nel 1967. La polemica nei confronti della sinistra, per il suo atteggiamento ostile nei riguardi d’Israele, è di sconcertante attualità.


Fiera del libro, Israele, gli intellettuali

Maggio 6, 2008

La fiera del libro di Torino è un evento commerciale e di promozione culturale di livello internazionale. Gli organizzatori hanno ritenuto di invitare alla rassegna Israele nel sessantesimo anniversario della sua fondazione. Leggo in un comunicato stampa che motiva la scelta caduta sullo stato ebraico: “La letteratura israeliana si è conquistata uno spazio sempre più vasto nel favore dei lettori europei, e in particolare italiani, per la sua capacità di coniugare il senso delle radici con una speciale attenzione per «l’altro», affrontando con coraggio i conflitti e le contraddizioni che lacerano le società contemporanee e che si riflettono esasperate nel microcosmo medio-orientale.” E ancora: “La presenza degli autori israeliani alla Fiera consentirà a un autorevole gruppo di storici e di studiosi di ripercorrere criticamente una storia tormentata, e di mettere in luce quei gruppi e quelle iniziative che vedono ormai da tempo israeliani e palestinesi lavorare insieme per sperimentare sul campo nuovi modelli di convivenza.” Un’occasione, insomma. Mi auguro che siano in molti i volenterosi a coglierla. Tanti di più rispetto agli esponenti dei centri sociali che a Torino hanno bruciato le bandiere israeliane e americana e a quegli intellettuali, ahimé di sinistra, che boicotteranno la manifestazione perchè, evidentemente, preferiscono indugiare in una polemica logora e antistorica contro un governo e uno stato legittimi.


L’amore non basta

Aprile 27, 2008

Si può amare una donna, essere corrisposti, ma non trovare la fermezza, la determinazione, per preservare la vicenda amorosa dal contesto. Dalla vita quotidiana segnata da piccoli successi e pure da grandi fallimenti, animata da fantasmi difficili da scacciare quando è l’uomo stesso ad alimentarli. L’amore non basta quando è spoglio, quando non si accompagna ad un progetto. L’amore è volatile, ci pone di fronte a delle scelte forti, esige cambiamenti nel modo di sentire, di avvertire le priorità della vita, di riconoscerle come tali. Se ciò non avviene l’amore se ne va, lo fa, nella maniera più sensibile e dolorosa, sulle gambe di una donna. E’ così che Stefano Chiantini ha immaginato la rottura tra Martina (Giovanna Mezzogiorno) e Angelo (Alessandro Tiberi). Il regista abruzzese si cimenta con una storia d’amore precaria, incostante, complessa. Ma la complessità della storia è stemperata dalla sobrietà dei luoghi, dell’ambientazione in una provincia italiana, L’Aquila. L’amore è condizione necessaria e sufficiente per chi come Marit (Marit Nissen) ha tutto meno che le attenzioni del marito Fernando (Alessandro Haber). Per Martina, invece, l’amore è condizione necessaria ma non sufficiente se manca un padre per il suo bambino, una persona cui riferirsi non solo per appagare i propri sensi. Angelo deve ancora riprendersi dallo choc per la morte del padre Nicola (Rocco Papaleo) la cui presenza nella vita del giovane è grave, quasi palpabile, tale da pregiudicare l’autonomo giudizio di Angelo su cosa è bene e cosa è male per se stesso. Il finale non lascia l’amaro in bocca, piuttosto un agrodolce se leggiamo il film con un minimo di realismo. Bravi Mezzogiorno e Tiberi, particolarmente ispirato Papaleo. Voto 7.