Neanche probabilmente (mafioso)

Novembre 12, 2009

Un indagato per mafia, come qualsiasi altro, è innocente fino a prova contraria. La legge prevede il segreto per gli atti compiuti durante le indagini. Ho appena riferito due banalità, ma è meglio non darle per scontate. Se quella stessa persona che, contro la legge, si viene a sapere indagata per concorso esterno in associazione mafiosa ricopre incarichi politicoistituzionali, facciamo ad esempio: sottosegretario di Stato all’Economia e alle Finanze, si pone un problema di opportunità che continui a svolgere le proprie funzioni.

Devono essergli garantiti i diritti fondamentali della persona, ma il solo dubbio che possa essere partecipe di un’impresa criminale come Cosa Nostra, Camorra o ‘Ndrangheta, ne pregiudica la compatibilità, anche momentanea, con la funzione pubblica. Se il nostro fosse prosciolto al termine delle indagini preliminari, o prima, verificato che non sussistono i presupposti per l’esercizio dell’azione penale, potrebbe non solo continuare l’attività politica, ma vedersi assegnato un incarico ancora più importante del precedente. Se, viceversa, fosse riniviato a giudizio, dunque processato, avremmo avuto un sottosegretario di Stato probabilmente mafioso pure nel periodo in cui gli veniva contestato da parte di un pubblico ministero di essere colluso con la mafia. Che semplicemente non è ammissibile. Un così alto ufficiale della Repubblica non può essere, neppure probabilmente, mafioso.

Perchè, quando si tratta di mafie, si dice che il politico non soltanto deve essere onesto, ma apparirlo (1). Aveva ragione Indro Montanelli, quando scriveva (1974) che almeno in Italia l’incompatibilità è tra politica e pudore, altro che istituzioni e mafia (2). Il fondatore de il Giornale nuovo denunciava allora la lotta per il potere «garantito dall’impunità», «la svendita di indulgenze sottosegretariali» a persone come l’ex-sindaco di Palermo Salvatore Lima. «Non lo conosciamo. Può anche darsi che sia un galantuomo. Ma su di lui pendono varie richieste di autorizzazione a procedere per diversi reati: peculato, omissione di atti di ufficio eccetera. Il Parlamento ha impiegato dieci anni a concedere per alcune di esse l’autorizzazione, cioè quanto bastava a farla decadere. E ora, per la seconda volta, ha promosso Lima a sottosegretario.»

Ora, la Camera potrà anche negare l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’onorevole Nicola Cosentino, dunque risparmiargli la galera, proprio perchè lo ritiene innocente fino ad “una sentenza irrevocabile di condanna” (nel qual caso non ci sarebbe neppure bisogno dell’autorizzazione del Parlamento per privare un suo membro della libertà personale). Non troverei la difesa dei parlamentari nei confronti di un proprio collega scandalosa di per sè o banalmente corporativa. L’immunità parlamentare è scritta nella Costituzione del 1948, all’art. 68. Il testo originario recitava: «I membri del Parlamento non possono essere perseguiti per le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale; né può essere arrestato, o altrimenti privato della libertà personale, o sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, salvo che sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l’ordine di cattura. Eguale autorizzazione è richiesta per trarre in arresto o mantenere in detenzione un membro del Parlamento in esecuzione di una sentenza anche irrevocabile». La legge costituzionale 29 ottobre 1993, n. 3, ha sostituito il testo in maniera corrispondente all’emersione della sistematica corruzione, della concussione e del finanziamento illecito ai partiti, intaccando l’impunità che garantiva un abusato potere politico. Può non piacere, ma è così.

Senza nulla togliere all’esigenza di sventare le interferenze indebite tra politica e magistratura e il conflitto tra poteri dello Stato, purtroppo in atto, mi accontenterei che i partiti di maggioranza, proprio per apparire onesti, chiedessero la rimozione di Cosentino dal suo incarico. Tanto per cominciare. C’è tempo per discutere di una riforma organica e non contingente della giustizia. Berlusconi, purtroppo per tutti, non è un interlocutore autorevole visto il suo conflitto d’interessi. L’incontro del «disgelo» tra il Cavaliere e Fini, con l’elaborazione a tempo record di un disegno di legge sul c.d. «processo breve», non cambia i termini della questione. Non sarà il governo a presentarlo, ma è l’ennesimo tentativo di risolvere per via legislativa questioni che non interessano i cittadini, ma precisamente il presidente del Consiglio.

1) Vedi Paolo Borsellino che incontra, il 26 gennaio del 1989, gli studenti di Istituto professionale di Stato per il commercio “Remondini” di Bassano del Grappa.

2) Montanelli, I., Moro e il sultano, Il Giornale Nuovo, Anno I, n. 127, Milano, venerdì 29 settembre 1974, pag. 1.

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Berlino ‘89, una rivoluzione imprevista

Novembre 9, 2009

9 novembre 1989, la caduta del Muro. Non vorrei fare un’ovvia retrospettiva, ma un breve ragionamento sull’imprevedibilità dell’evento e sulle sue conseguenze.

Nessuno presagì la fine del dualismo Est-Ovest, nel volgere di un così breve periodo, prima che tutto fosse già alla portata dell’opinione pubblica internazionale. Molte illustri personalità, della politica e della società civile, si adoperarono perchè accadesse, ma non pensavano che dal permesso di visita in Germania e Berlino Ovest accordato ai cittadini dell’Est, a far data da quello stesso 9 novembre, sarebbero derivate conseguenze tanto devastanti per l’intero blocco comunista. Neppure lo volevano, temendo o non sapendo cosa si sarebbe verificato dopo il crollo. Dal presidente americano Regan a quello sovietico Gorbaciov, da Giovanni Paolo II al leader di Solidarnocs Lec Valesa, dal presidente francese Mitterand al cancelliere tedesco Helmut Kohl.

Uno degli atti conclusivi del cosiddetto “secolo breve” (1) ci rimanda indietro nel tempo ad un’altra linea spartiacque della storia contemporanea. Non mi riferisco al momento (1961) della decisione, terribile, di costruire un muro attorno ai tre settori occidentali di Berlino, già amministrati da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna nell’immediato dopoguerra, per arrestare la fuga in massa dalla DDR (2). Ma al 7 novembre 1917, presa del Palazzo d’Inverno (3). Pure allora lo spontaneismo fu determinate per la riuscita della Rivoluzione d’Ottobre. Un impulso anarchico, un movimento privo di guida politica, pose termine all’impero degli zar ormai fradicio. Lenin seppe organizzare queste forze in maniera corrispondente alla propria idea di stato e società, ma gli era fin troppo chiaro che in Russia mancavano le condizioni socio-economiche per una rivoluzione socialista. L’ostilità della gente nei confronti della guerra mondiale e la fame, furono istanze recepite dai socialisti rivoluzionari che s’insediarono nei soviet egemonizzandoli. Fu una rivoluzione imprevista e imprevedibile, che si tenne “sul velluto” come diciamo proprio dal 1989 riferendoci a simili circostanze (4).

Da allora, dal 1917, il modello marxista-leninista, del partito unico e della rivoluzione permanente, ispirò mutamenti a catena in tutto il Mondo. Ma la Germania, che ospitò la sistemazione scientifica del pensiero socialista e la sua revisione successiva (5), fu tra il 1949 e il 1989 un luogo simbolo della sfida lanciata dal Comunismo Internazionale alle democrazie liberali, forse il più rappresentativo dal momento che la stessa città offriva un saggio dell’arretratezza politica ed economica di una “democrazia popolare” (6) e, insieme, delle virtù liberaldemocratiche.

La caduta del Muro e la fine del socialismo realizzato (7) giunsero dopo gli anni della distensione, del dialogo tra le superpotenze, dopo la presa di coscienza ai massimi livelli dello stato sovietico – penso alla Perestrojka (8) di Michail Gorbaciov, ndr – che la dittatura comunista invece di redistribuire ricchezza produceva nuova povertà; non furono preparate a tavolino, nessuno statista le aveva immaginate così, con la gente che si leva sopra tre metri e mezzo di cemento armato e spruzza i check point di spumante. Gorbaciov voleva riformare il comunismo sovietico in senso democratico, perciò non interferì con il governo della Germania Est per reprimere “i rivoltosi”. Lasciò che gli stati aderenti al Patto di Varsavia (9) si autodeterminassero. Ma il comunismo sovietico era semplicemente irriformabile e di lì a poco tempo, come le tessere di un domino, i regimi est-europei crollarono. L’8 dicembre 1991, i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia misero la parola fine all’Unione Sovietica (10). Nessuno di loro se l’aspettava il 9 novembre del 1989.

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(Note)

  1. Il Secolo breve è un saggio storico di Eric J. Hobsbawm che racchiude il Ventesimo Secolo entro due date: 28 giugno 1914, assassinio a Sarajevo dell’arciduca d’Asustria Francesco Ferdinando, 28 giugno 1992, François Mitterand invoca sempre a Sarajevo la pace nei Balcani;
  2. Deutsche Demokratische Republik (in italiano Repubblica Democratica Tedesca);
  3. Edificio di San Pietroburgo, già residenza degli zar;
  4. L’espressione “rivoluzione di velluto” si riverisce ai moti non violenti che rovesciarono il regime comunista della Cecoslovacchia nel 1989;
  5. I primi teorici del socialismo scientifico furono i tedeschi Karl Marx e Friederich Engels. Una profonda revisione del Marxismo si deve sempre ad un tedesco, Eduard Bernstein. Nel 1959, a Bad Godesberg (oggi distretto ubrano di Bonn) si tenne un congresso nel quale il Partito socialdemocratico tedesco (SPD) definì una nuova piattaforma programmatiche che prevedeva l’abbandono definitivo del marxismo e la piena accettazione dell’economia di mercato;
  6. Altri termini utilizzati per indicare uno stato socialista, in cui vige la c.d. “dittatura del proletariato”, sono “repubblica popolare”, “repubblica democratica” o anche “stato comunista”;
  7. “Socialismo reale” (o realizzato) è il termine usato per sottolineare le diversità dell’organizzazione politica e sociale dei regimi est-europei fino all’89 dalle ipotesi di Marx;
  8. Perestrojka significa ricostruzione. Consisteva in un piano di riforme economiche sul presupposto di una maggiore trasparenza della pubblica amministrazione (glasnost);
  9. Sottoscritto il 14 maggio 1949, fu un accordo militare tra gli stati del blocco sovietico in funzione anti-NATO;
  10. Trattato di Belavezha (Bielorussia).

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Per ragione

Novembre 7, 2009

L’identità cristiana non si risolve in un simbolo affisso in aula. Ma non è questo il punto. Una corte ha sentenziato che il crocifisso discrimina i non credenti. Per emanare questo tipo di sentenza avrebbe dovuto provare come, in che modo, il non cattolico, o meglio non cristiano, è discriminato dal crocifisso. Siccome non l’ha fatto quella pronuncia configura un arbitrio.

Un simbolo non ha la capacità di discriminare. Solo gli esseri umani senzienti possono farlo. In Italia non esiste una sola legge che imponga il crocifisso ai non cristiani o non credenti. Per questo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo “va respinta come «un atto odioso» con­tro la convivenza“, per questo “appare il prodotto di una concezio­ne estrema del rapporto tra i diritti dei pochi e le sensi­bilità dei molti“.

Un non credente deve protestare la sua ingiusta discriminazione se davanti alla legge è trattato in modo diverso dal credente sulla base del suo orientamento religioso. Ma in Italia la libertà religiosa è massima. Lo era pure, salvo la dolorosa parentesi fascista, prima che entrasse in vigore la Costituzione Repubblicana. Persino lo Statuto Albertino, pure se dichiarava quella Cattolica religione di Stato, tollerava gli altri culti.

E’ così difficile accettare che il cristianesimo abbia avuto e abbia ancora un peso notevolmente superiore nella formazione della coscienza collettiva, e non come professione di fede che non c’entra proprio nulla, nella conoscenza stessa del diritto naturale, rispetto ad altre religioni e filosofie in Europa? Come si comprende l’Europa senza cristianesimo? La storia, l’arte e la letteratura.

Come può un continente con duemila anni di storia cristiana sul groppone essere un luogo comprensibile, dunque accogliente, per i diversamente credenti o i non credenti di altre regioni del Mondo se d’un tratto lo sterilizziamo? Ci rendiamo conto che il giusto avanzamento della nostra cultura sul terreno della laicità non ci porta tanto lontani dalla lettera del nuovo testamento cristiano ma piuttosto dalla Chiesa che ha difficoltà a corrispondere l’uomo del terzo millennio? Nel 2009 il crocifisso si espone per ragione, non più solo per fede.

Leggi pure:

I giudici di Strasburgo esportano in Europa la laicità francese;
Il crocifisso, simbolo di sofferenza che non può offendere nessuno;
Ma io difendo quella croce.

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Un augurio a Bersani, un saluto a Rutelli

Ottobre 28, 2009

Pd / 1
Le primarie del Pd sono un unicum della politica comparata. In America servono ad eleggere i candidati alla presidenza degli Stati Uniti, in Italia a convalidare il voto degli iscritti ad un partito che dovrebbero, da soli, formarne gli uffici. Può sembrare paradossale ma Pierluigi Bersani, votato da 1.081.532 persone, non è più legittimato di Lorenzo Cesa, suo omologo dell’Udc, come capopartito. Il vero paradosso consiste nel fatto che i militanti del Partito democratico devono recepire l’inidirizzo definito da un segretario eletto con voti estranei all’associazione di cui fanno parte. Fortuna per gli iscritti che il segretario uscito vincitore dallo scrutinio interno al partito sia lo stesso del plebiscito tenutosi domenica scorsa. Inoltre Bersani è fautore di una linea più ortodossa in tema di organizzazione rispetto ai suoi predecessori che liquidarono i partiti d’origine per dar vita ad un cartello elettorale: povero dal punto di vista dell’identità e dell’insediamento sociale. La finzione di una democrazia presidenziale è entrata nel sentire comune degli italiani, inutile negarlo. Chi domenica si è recato alle urne lo ha fatto credendo di votare non solo, e non tanto, un capopartito, ma il leader dell’opposizione a Berlusconi, il suo antagonista alle prossime elezioni. È altrettanto vero, però, che questa convenzione, sufficientemente anche se non definitivamente radicata nella società, non corrisponde alla forma di governo che deriva dal patto costituzionale del 1948. La deriva plebiscitaria del nostro sistema, accelerata dal dualismo Berlusconi-Veltroni, tutto improntato alla semplificazione del quadro politico e non al recupero della partecipazione democratica, ha rinforzato il Cavaliere che, già tronfio del suo potere personale, prova quotidianamente ad agirare gli ostacoli di ordine istituzionale-costituzionale alla realizzazione dei suoi interessi. A Bersani va l’augurio di invertire una tendenza che le primarie del Pd non fanno altro che confermare.

Pd / 2
Già ai tempi della Fed, Francesco Rutelli, sosteneva che l’elettorato mediano non avrebbe mai votato per un’alleanza di riformisti (nel frattempo diventata partito, ndr) troppo spostata a sinistra. Anche se il Pd ha smarrito il patrimonio del socialismo democratico con la fusione fredda Ds-Dl, specchiandosi in Bersani è tornato a vestire di rosso. Il mondo del lavoro, che aveva voltato le spalle ai democratici nel 2008, sembra essere il target della nuova segreteria. Mentre Rutelli guarda alle medie imprese che, specie al nord, hanno come principale interlocutore la Lega, temendo (a ragione secondo me) che lo stesso fenomeno possa riprodursi a sud con un partito ad hoc che si collochi nell’alveo del centrodestra. Saluto la svolta centrista di Rutelli, da sempre a disagio nel Pd, ma non m’illudo che possa bastare a chiarificare quel «partito mai nato» che l’ex Sindaco di Roma si appresta a lasciare.

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Vieille cuvée, sull’aggravante omofobica

Ottobre 17, 2009

La legge 25 giugno 1993, n. 205, all’art 3, dice: «Per i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità, la pena è aumentata fino alla metà». Etnia, nazionalità, razza o religione. E il sesso? La proposta di legge contro le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale o l’identità di genere avrebbe introdotto, non fosse stata bocciata dal Parlamento che ha votato la pregiudiziale di costituzionalità, la cosiddetta «aggravante omofobica». L’Italia ha perso un’occasione.

@Eva. Adesso sono convinto. La prossima assaggiamo la triplo malto.

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Sempronio Presidente

Ottobre 15, 2009

Su Repubblica di martedì 13 ottobre 2009, a pagina 32, Adriano Prosperi, professore ordinario di storia moderna presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, medita le parole della filosofa e storica tedesca naturalizzata statunitense, Hannah Arendt, sulla finzione maggioritaria che «in una democrazia senza costituzione schiaccia i diritti delle minoranze e cancella il dissenso senza nemmeno ricorrere alla violenza» [1].

Il funzionamento delle democrazie rappresentative
si basa proprio sulla presunta corrispondenza dell’indirizzo politico del governo, determinato dal suo capo e convalidato dal parlamento – che vota le leggi a maggioranza: perciò finzione maggioritaria, ndr – con la volontà del popolo nella sua interezza, del demos nella sua totalità. Il principio maggioritario correlativamente alla «fiction representative» (Kelsen) permettono alle democrazie moderne di funzionare, rendono possibile la convivenza civile tra decine di milioni di persone che non possono partecipare immediatamente all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese [2].

Se non ci fosse la Costituzione
a limitare legislatori e governanti il loro potere sarebbe assoluto, le democrazie muterebbero in dispotismi e le minoranze non sarebbero più garantite nei loro diritti fondamentali. I governi sono legittimati da un voto maggioritario, ma alle maggioranze la Costituzione sottrae alcuni principi cui non è possibile derogare. Altri li rende disponibili solo a maggioranze qualificate, più ampie di quelle che normalmente esprimono il governo. Leggi il seguito di questo post »

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Ffwebmagazine – In equilibrio sulla giostra, con il gusto dell’eresia

Ottobre 13, 2009

Troppo presto

Ottobre 11, 2009

Mi sforzo, ma non vedo una sostanziale diversità, un’apprezzabile discontinuità, nella politica estera e di difesa di Barack Obama rispetto a quella del suo predecessore alla Casa Bianca, George W. Bush. Posso sbagliare, naturalmente, ma ritengo il Nobel per la pace un premio che il presidente degli Stati Uniti d’America dovrà legittimare nei prossimi anni. Forse è proprio ciò che auspicano alla Nobel Foundation: comminando un così alto riconoscimento ad un leader tanto popolare e responsabile di strategie politiche e militari da cui dipendono le vite di milioni di persone, la fondazione ha agito sul governo americano facendo essa stessa della diplomazia, convalidando l’indirizzo determinato da Barack Obama in appena dieci mesi di mandato. Multilateralismo, apertura degli Usa al mondo islamico, non proliferazione delle armi, salvaguardia ambientale, sono i termini della politica incarnata da un personaggio non certo “scomodo” ai fini della prestigiosa onorificenza. Penso a Henry Kissinger, Nobel nel 1973. Il segretario di Stato dell’allora presidente Nickson ebbe con tutta probabilità un ruolo nella sanguinosa deposizione del presidente cileno Allende eppure venne insignito del premio perchè avviò con il diplomatico vietnamita Le Duc Tho le trattative che portarono al cessate il fuoco in Indocina. Nel 1994 il Nobel per la pace andò a Yasser Arafat che sostenne atti di terrorismo contro i civili israeliani nella lotta per la liberazione della Palestina, ma fu riconosciuto lo stesso il suo impegno per la normalizzazione delle relazioni tra mondo arabo e Israele (v. Accordi di Oslo). Ecco non si può dire che Obama abbia fatto peggio dei suoi discussi predecessori nell’albo dei Nobel, ma neanche meglio. Fin qui gli è mancato il tempo.

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Lodo Alfano / 2, The Day After

Ottobre 9, 2009

La Corte Costituzionale ha dichiarato il lodo Alfano illegittimo per violazione degli artt. 3 e 138 della Costituzione. Aspettiamo di conoscere le motivazioni della sentenza. Intanto due cose.

La Consulta ha riaffermato il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge violato, evidentemente, dal momento che Silvio Berlusconi, già imputato in tre processi, ne ha ottenuto la sospensione su iniziativa del Governo da lui presideduto. Ammesso che sia ragionevole – per me lo è ma rispetto chi la pensa diversamente, ndr –, una disciplina differenziata del processo penale che riguardi le più alte cariche dello Stato può essere compiuta solo con una legge costituzionale (ex. art. 138 Cost.). Non c’era neppure bisogno che la Corte lo rilevasse nelle sue precedenti pronunce in materia (v. incostituzionalità del lodo Schifani), tanto più che allora questo aspetto non era oggetto del giudizio costituzionale. Nel 2003, infatti, il Tribunale di Milano aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale in riferimento agli artt. 3, 101, 112, 68, 90, 96, 24, 111 e 117 della Costituzione, dell’art. 1, comma 2, in relazione al comma 1, della legge 20 giugno 2003, n. 140¹. Appena un anno fa la prima sezione penale dello stesso tribunale osservava nella sua dichiarazione di non manifesta infondatezza del dubbio di costituzionalità sul lodo Alfano che disposizioni normative riguardanti le prerogative di organi costituzionali richiedono il procedimento di revisione costituzionale². E sulla questione, resa finalmente esplicita dai giudici milanesi, la Corte Costituzionale si è pronunciata giusto ieri nel modo che sappiamo. Dal punto di vista tecnico-giuridico c’è poco altro da aggiungere. Meno ancora da discutere. Leggi il seguito di questo post »

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Lodo Alfano, la Consulta non deve temere, di eversivo c’è solo il premier

Ottobre 6, 2009

Mentre scrivo si tiene l’udienza pubblica della Corte Costituzionale avente ad oggetto, tra le altre cause a ruolo, le disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle più alte cariche dello Stato. Per la prossima settimana è atteso il giudizio di legittimità costituzionale della legge 23/07/2008 n. 124 (c.d. Lodo Alfano).

Personalmente apprezzo l’esigenza di sottrarre i soggetti che rivestano la qualità di Presidente della Repubblica, del Senato, della Camera e di Presidente del Consiglio dei Ministri all’azione penale obbligatoria, dalla data di assunzione della carica e fino alla cessazione dalle relative funzioni. Dove ritengo violato il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, perciò ne auspico la censura, è nella previsione che una tale disciplina si applichi ai procedimenti penali in corso.

Uno scudo processuale, da adottare con legge costituzionale, dovrebbe impedire che il processo si tenga se l’indagato riveste un’alta carica istituzionale, dunque che lo stesso indagato diventi imputato, rinviando l’esercizio dell’azione penale, invece di stroncarla nel pieno del suo svolgimento. Il Cav. era imputato di reati gravi già prima che fosse incaricato di formare il nuovo governo. Ma il Lodo Alfano è stato cucito addosso alla persona di Silvio Berlusconi, alla vigilia della sentenza di primo grado per corruzione in atti giudiziari nell’ambito dei processi sulle tangenti alla Guardia di Finanza e All Iberian.

Nelle ore che hanno preceduto la riunione plenaria della Consulta, il lavoro dei giudici costituzionali è stato caricato di un significato politico che non ha, nè può avere. La Corte giudica sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi, non deve temere che una sua pronuncia modifichi gli equilibri politici. Il presidente del Consiglio ha minacciato elezioni anticipate se il Lodo Alfano fosse giudicato illegittimo e il Pdl evoca «piani eversivi» contro il Governo. Ma di eversivo c’è solo l’atteggiamento del premier.

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il cannocchiale

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