Sul ciclismo
Luglio 21, 2008Caro Nicola, vorremmo tutti che fosse ancora qualcosa del genere.
La cessazione delle cure non è suicidio*
Caro direttore, forse noi laici credenti non sappiamo più dirci cristiani, ma, proprio da cristiano, non trovo argomenti sufficienti a sostegno della audace tesi che considera eutanasia l’interruzione della terapia che tiene in vita Eluana Englaro. Questo sul piano morale. Sul quello giuridico mi ha molto colpito l’intervista al Foglio l’intervista al Foglio del presidente emerito della Corte Costituzionale, Giuliano Vassalli, il quale non trova fondata dal punto di vista del diritto positivo la sentenza della Corte d’appello di Milano che autorizza il padre di Eluana a interrompere la nutrizione e idratazione della ragazza. Cita l’articolo 580 del codice penale, Vassalli, che prevede l’incriminazione per aiuto al suicidio, anche in forme omissive. A me pare mistificatorio ritenere la cessazione delle cure alla stregua di un suicidio assistito. Quel legame di dipendenza funzionale tra le apparecchiature elettromedicali e l’organismo, per il quale la vita si conserva nel corso degli anni senza che l’individuo possa relazionarsi con il mondo, in alcun modo, è un bernoccolo della ragione. Una legge che affronti in modo organico la materia in questione è assolutamente necessaria. Intanto rispetto il giudizio della Corte d’Appello e il dolore di Beppino Englaro. Saluti,
Antonio De Rose Cosenza
(*) da Liberazione del 18 luglio 2008
Le critiche al Capo dello Stato che muovono dalla piazza del “No Cav Day” sono gratuite, per questo non posso condividerle. La “blocca processi” è aberrante, il Lodo Alfano discutibile, ma non si può trascinare il presidente della Repubblica nello scontro tra forze politiche o peggio pretendere che eserciti il ruolo dell’opposizione. Il suo compito è quello di mediare e a me risulta che una mediazione sia in corso. La popolarità, il protagonismo a volte, di altri presidenti nella storia della Repubblica non mutano il ruolo istuzionale della prima carica dello Stato, le sue prerogative. Le istanze che spingono la gente, eccitata da Grillo, a scendere in piazza sono legittime. Un diffuso malcontento è fondato sulla sensazione, o sulla certezza, che il ceto politico vada per conto proprio, che sia autoreferenziale. La mobilitazione contro l’indirizzo politico del Governo che incide poco o male sulle materie sensibili per la generalità dei cittadini è giusta. Ma un conto sono le critiche a Berlusconi e alla Carfagna, le eccezioni sulla loro moralità, un altro gli attacchi al Quirinale. Quelle no.
Due sere fa ho rivisto con piacere il Giovanni Falcone di Giuseppe Ferrara, autore che stimo particolarmente per il piglio dello storico con cui indaga la realtà. La sua arte - da Il sasso in bocca a Cento giorni a Palermo, da Il caso Moro a I banchieri di Dio - non è mai fine a se stessa. Daniel Jovovanovich ha dedicato al regista toscano una monografia dal titolo Giuseppe Ferrara: il cinema della verità, edito da Gordini nel 2006. Di seguito riporto uno scritto dello stesso Ferrara che difende la scelta di girare un film su Falcone nel 1993, la pellicola uscì appena un anno dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio.
“CINEMA COME INVERSIONE DELLA SOFFERENZA”
di Giuseppe Ferrara*
Tale è la forza del cinema e tale è la forza della realtà che, quando un regista li unisce proponendo un cinema della realtà , si scatenano le reazioni più strane e apparentemente più illogiche. Se poeti, cantanti, scrittori dedicano le loro opere alla strage di Capaci, nessuno batte ciglio. Così mandare in onda ore e ore di filmati televisivi sulle stragi siciliane va benissimo. Invece fare un film, anzi esprimere l’intenzione di fare un film su Falcone suscita indignazione: “E’ troppo presto”, “E’ sciacallaggio”, o almeno bisogna “usare la metafora, l’apologo”, non il realismo. Addirittura lo scrittore Domenico Rea ha discettato: “A entrare nei particolari della storia di Falcone si sciuperebbe un capolavoro di rettitudine (…). E’ meglio lasciarlo al mito. I film lasciano una sfilacciata memoria”. Ma si puo’ impedire al cinema di fare la sua parte? Tra l’altro il film tra le forme espressive è forse quella che meglio di tutte soddisfa l’idea freudiana secondo la quale l’arte potrebbe compensare, almeno parzialmente, le ingiustizie quotidiane cui l’individuo è esposto. E’ una concezione dell’espressività come “inversione della sofferenza” che da Freud passa per lo storico dell’arte Aby Warburg e arriva allo scrittore e drammaturgo Peter Weiss. Attraverso il cinema credo che il brutale annichilimento delle vittime di Palermo possa venire almeno in parte risarcito, quasi strappato alla distruzione e rimesso in gioco nel tempo presente. Mai come oggi sento che portando a conoscenza i meccanismi di una criminalità occulta attraverso la ricostruzione dell’opera giudiziaria svolta da Falcone sia possibile dare una spinta allo smascheramento di questo contropotere chiamato mafia e insieme un contributo alla difesa e al rafforzamento dei valori democratici.
(*) Tratto da “http://giuseppe-ferrara.aitek.org/falcone.htm”
Famiglia Cristiana critica duramente la proposta del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, di prendere le impronte ai bambini rom. Il settimanale diretto da Don Antonio Sciortino punta l’indice contro i ministri “cattolici” che non avrebbero “alzato un dito a contrastare l’indecente proposta razzista…” Forse, quando Giuliano Ferrara sosteneva, all’indomani del suo insediamento, che il Berlusconi IV è il governo più laico della storia repubblicana, non aveva tutti i torti. Il senso di questa provocazione è spiegato molto bene qui da Carla Castellacci, coautrice insieme a Telmo Pievani di Sante ragioni, edito da Chiarelettere.
L’emendamento “salvapremier” è passato al Senato con i voti del solo centrodestra (Pdl, Lega e Mpa). Ancora un po’ e dovrò correggere il precedente “saremmo…” con un siamo al golpe bianco.
Nicola ha scritto un pezzo sulla crisi della sinistra prendendo spunto da un congresso locale di Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo. E’ cominciato tra di noi uno scambio di battute tra il serio e il faceto.
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Antonio - Caro Nicola, in un mondo “globalizzato e di libero mercato” la sinistra non deve tanto schierarsi a difesa dei consumatori, per quello ci sono l’Adusbef o l’Adicosnum. La sinistra deve avere una sua idea di stato e società, possibilmente alternativa a quella della destra. Come te ho avuto la sensazione che Sinistra Democratica questa idea non ce l’abbia a dispetto del riferimento esplicito al Socialismo Europeo. E’ vero, la società delle fabbriche non esiste più. Ma si torna a morire come mosche nei cantieri e alla terziarizzazione della nostra economia corrisponde una terribile flessione delle tutele sul lavoro che una volta era stabile e ben retribuito mentre oggi fa degli impiegati, dei ricercatori universitari (puoi chiedere a Francesca Romana se i loro assegni sono adeguati alle mansioni che svolgono, se è contenta) e dei lavoratori parasubordinati” le maestranze del terzo millennio. Ieri si chiamavano operai e agricoltori, si contrapponevano ai padroni delle fabbriche e dei fondi. Oggi si chiamano collaboratori coordinati, lavoratori a progetto, intermittenti, a chiamata, sono considerati alla pari, nell’economia del rapporto di lavoro, dei loro committenti con la conseguenza di un abbassamento del costo del lavoro e delle garanzie sociali. Per questo io penso che la parola d’ordine della sinistra non debba essere tanto “liberismo”, che persegue comunque la logica del profitto e non quella della più equa ripartizione della ricchezza, ma ancora una volta socialismo (o riformismo, revisionismo, liberalsocialismo, socialdemocrazia, laburismo, fai tu). Evidentemente la pensiamo in modo diverso. Mi scopro addirittura più a sinistra di te, ma non fa nulla. Per me puoi pubblicare il tuo contributo.
Nicola - Caro Antonio, se è vero che in difesa dei consumatori ci sono l’Adusbef e Adiconsum è anche vero che in difesa dei diritti di tutti i tipi di lavoratori ci sono decine e decine di sindacati. Non ho detto che la sinistra si deve mettere a controllare i prezzi, ho scritto che deve favorire la concorrenza attraverso riforme liberiste. Non è un discorso di destra, anzi. Questo libro è interessantissimo: “Il liberismo è di sinistra” di Alesina e Giavazzi. Forse anche tu lo hai letto. Dopodiché non ho neanche scritto che bisogna fottersene dei precari. Comunque non credo che il liberismo persegua la logica del profitto come fa ad esempio il capitalismo sfrenato e squilibrato. Il liberismo favorisce la concorrenza e quindi la meritocrazia, scoraggia i monopoli e stimola nuove idee (sempre se non vengono bloccate dalla mafia). tutto a vantaggio dei cittadini. Saluti.
Antonio - Caro Friederich von Hayek, non ho detto che tu hai detto che la sinistra si deve mettere a controllare i prezzi, nè che bisogna fottersene dei precari. Mi spiace contraddirti ma il liberismo è ancora più “sfrenato” del capitalismo che al potere pubblico, allo Stato, domanda protezione mentre il primo chiede l’abolizione di qualsiasi dazio, barriera, limitazione del libero mercato. Il tuo pensiero è esposto con grande chiarezza. Lo rispetto ma non lo condivido. Non è che dobbiamo essere sempre d’accordo. Registro che su questo tema ti attesti su posizioni moderate. Ti voglio bene lo stesso. Saluti, John Maynard Keynes
Nicola - Caro Hengels, è più di sinistra un capitalismo che chiede
protezione allo Stato o un liberismo che chiede l’abolizione delle barriere e dei dazi a favore della libera concorrenza affinché i cittadini siano più liberi di scegliere? Più che moderato mi riterrei pragmatico. Ma le porche in tutto ciò che fine hanno fatto? Saluti, Luca Toni
Antonio - Caro Adam Smith, non sono per il capitalismo che chiede protezione, sono per l’intervento pubblico a fini redistributivi, per recuperare il maggior numero di soggetti al libero gioco dell’economia. Le regole di questo gioco sono state falsate dalla globalizzazione (liberista), per questo c’è bisogno di più Stato. Nico’, se preferisci dico che sei pragmatico. Ma sei proprio moderato, un economista neoclassico. Io, invece, sono a favore di un’economia “sociale di mercato”. Le porche? Sono marxiste. Per rispondere alla tua mail stanno ripassando Il Capitale. Saluti.
Francesca Romana - Carissimi Gianni e Pinotto, io non ripeto il Capitale, semplicemente perchè per “ripetere” una cosa, bisognerebbe prima saperla! Non sono marxista, non ho la cultura politica che avete voi, quindi da povera ignorante dico solo che il capitalismo è ormai sulla via del tramonto, e le ripercussioni dei danni che lascia mi pare siano tangibili e sotto gli occhi di tutti. Saluti e baci, Bocconotti Cinzia
Antonio - Cara Bocconotti Cinzia, si fa per scherzare. So che non sei marxista come so che Nicola non è un economista neoclassico. Però forse sei più d’accordo con me che con Nic sul punto. Noi giochiamo a fare gli sicenziati della politica, ma tu sei sensibile a certi temi come ogni persona di sinistra e di buona cultura, indipendentemente dagli strumenti del sapere che ti sono più congeniali, quelli della scienza e della tecnina. Dal congresso di SD abbiamo tratto, anche se il livello del dibattito non era così elevato, elementi di riflessione che Nicola ha messo nero su bianco. La tua mail dobbiamo prenderla come un “Sì, pubblica”?. Ciao, Cinzia. Tuo Bombolo
Se passasse un simile provvedimento, nel quadro di un pacchetto sicurezza che tra l’altro spunta l’arma delle intercettazioni telefoniche in procedimenti relativi a reati anche gravi (con pena fino a 10 anni di reclusione), saremmo ad un golpe bianco.
In Irlanda ha vinto il “No” alla ratifica del Trattato di Lisbona. Ancora una tegola sul processo d’integrazione europea. l’Unione economica e monetaria acquista sempre nuovi membri, quella politica arranca. Nel 2005 la Costituzione europea fu respinta da Francia e Olanda. Si rese necessaria perciò una nuova versione del trattato, detto “di riforma”, che oggi s’infrange sulla domanda di maggiore democrazia e responsabilità del popolo irlandese nei confronti di Bruxelles. In Italia la Lega esulta e su una cosa Calderoli ha pure ragione: “tutte le volte in cui i popoli sono stati chiamati a votare hanno bocciato clamorosamente un modello di Europa che viene vista lontana dai popoli stessi.” Me lo chiedo da tre anni a questa parte: se si votasse anche da noi, quale sarebbe il risultato del referendum?
In Laici per amor di religione Joseph Ratzinger pone una questione enorme:“L’Europa – contrariamente all’America – è in rotta di collisione con la propria storia e si fa spesso portavoce di una negazione quasi viscerale di qualsiasi possibile dimensione pubblica dei valori cristiani. Perché? Come mai l’Europa, che pure ha una tradizione cristiana molto antica, non conosce più un consenso del genere? Un consenso che, indipendentemente dall’appartenenza a una determinata comunità di fede, conferisca alle concezioni fondamentali del cristianesimo un valore pubblico e portante?” Non è chi non veda come concezioni di origine religiosa siano parte dei fondamenti condivisi di un ordinamento giuridico com’è il nostro, com’è quello statunitense. Eppure il pensiero laicista contemporaneo tenta di forzare, di piegare alla propria visione, il concetto stesso di laicità perorando la causa di una secolarizzazione, a mio modo di vedere, sempre meno liberale, sempre più repressiva. Il laicismo vorrebbe, in altre parole, relegare la religione nel privato neutralizzando lo spazio pubblico in nome del relativismo. (continua…)