La grazia dei like


La Giunta per le immunità del Senato ha negato l’autorizzazione a procedere, con l’accusa di “sequestro di persona aggravato”, nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Gli esponenti del Movimento Cinque Stelle, in particolare, hanno declinato la responsabilità che inerisce al ruolo di parlamentare attraverso una consultazione degli iscritti all’area riservata del sito Rousseau, presuntuosamente definito “sistema operativo”.
Quella di Davide Casaleggio – “tra qualche lustro il Parlamento non sarà più necessario” – non era tanto una profezia, è proprio un impegno. Altrimenti non si capisce il fenomeno M5S.
Lo scienziato della politica Gianfranco Pasquino ha spiegato da par suo che la critica antiparlamentare, in Italia, è vecchia quanto lo stato unitario. Ma è stata sempre di matrice antidemocratica. Dopo Berlusconi e Renzi, leader demagogici che hanno esaltato il popolo contro la politica tout-court, il primo, e contro il gruppo dirigente del Pd, il secondo, Casaleggio si propone di sostituire il parlamentarismo con qualcosa di apparentemente più democratico. Senza la mediazione dei partiti, senza “un’intelligenza collettiva” come il Parlamento, i cittadini-elettori determinerebbero la politica nazionale attraverso un’interfaccia utente. Comodamente da casa, come si ordina il caffè in capsule o si prenota un viaggio.
Con un gioco di parole Norberto Bobbio definiva la democrazia “il governo del potere pubblico in pubblico”. Il concetto di pubblicità e quello di rappresentanza sono intimamente connessi nella teoria democratica. Il parlamento è la principale istituzione della democrazia rappresentativa. Rappresentare significa rendere visibile qualcosa che altrimenti non si vedrebbe. E quali garanzie abbiamo in ordine alla visibilità del potere pubblico che si esercita attraverso una piattaforma telematica detenuta da soggetti privati?
La tendenza che diede vita all’ideale democratico e ci permise di superare l’assolutismo monarchico era verso il controllo dei governanti da parte dei governati. Grazie alla rete la tendenza pare invertirsi. Nessun autocrate del passato ha avuto a disposizione una massa di dati così ingente e gli strumenti di elaborazione che oggi permettono a una conglomerata del web di condizionare le intenzioni di voto per una qualunque carica elettiva.
A meno che Casaleggio non profetizzi anche la sua abolizione, il governo non risponderà più ad un’assemblea di persone più o meno in grado di svelare gli arcana imperii, ma ad una massa indistinta di cittadini in pigiama. I leader politici saranno sempre più simili ad influencer di moda, il loro seguito si misurerà in follower, dipenderà dalla grazia santificatrice dei like.

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Bale ringrazia Satana, ma Vice racconta un mediocre


vice-905-675x904Ritirando il Golden Globe al miglior attore in un film di commedia, Christian Bale ringrazia Satana per averlo aiutato a interpretare il Diavolo. La provocazione allude alle qualità morali di Richard Bruce Cheney, detto Dick, vicepresidente degli Stati Uniti durante l’amministrazione di George W. Bush. Senza nulla togliere all’interpretazione di Bale, “Vice” non restituisce al pubblico l’immagine di un uomo malvagio quanto quella di un mediocre. “Vice” non vuol dire solo “facente funzioni”, in inglese significa “vizio”. Nell’immaginario del regista e sceneggiatore Adam McKay, Cheney è soprattutto questo, un vizioso. Scomunicato da Yale, sperimenta un grave disagio. La futura moglie gli intima di diventare qualcuno, una persona di potere. Dick realizzerà l’ambizione di Lynne, non la propria. La sua ombra si allungherà sul governo americano da una postazione istituzionalmente gregaria: prima di lui “il vice non contava niente, stava seduto aspettando solo che il presidente morisse”. Tuttavia, così lontano dall’aristocrazia americana, dalle casate del potere, non è Cheney a scalare la piramide statale, è lo Stato che inesorabilmente declina verso gli interessi rappresentati da Cheney.

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Il pretesto ecologico della disuguaglianza


La protesta esplosa in Francia per il caro-benzina interroga anche noi italiani che, tra l’altro, paghiamo per il carburante un prezzo ancora più amaro dei francesi. In Italia il velleitarismo della politica domina indisturbato su una società sfilacciata, senza nerbo. In Francia, invece, i cittadini tengono la politica al guinzaglio corto e, quando si rende necessario, protestano anche duramente. Nonostante l’opposizione sociale risalti nei sondaggi che danno Emanuel Macron al 25% di popolarità, il leader di En Marche non rinuncia a vestire i panni che furono, in Italia, di Matteo Renzi: nato da una costola della Sinistra, ha esaltato le virtù del “popolo delle primarie” contro l’élite del suo partito, dei giovani contro i vecchi; salvo poi girare le spalle alle persone che vivono di lavoro, ai più deboli, per perseguire politiche economiche che hanno approfondito il divario tra ricchi e poveri. Macron, se possibile, si fa ancora meno scrupoli dell’omologo italiano: dopo il jobs act alla francese, presenta ai cittadini il conto della cosiddetta “transizione energetica”. La riduzione delle imposte dirette, recentemente varata dal governo transalpino, è più che compensata dagli aumenti delle tariffe, che penalizzano soprattutto i consumatori meno abbienti. I “gilet gialli”, prendendo spunto dal caro-benzina, pongono una questione di giustizia sociale che il neoliberale Macron vorrebbe slegata dalla questione ambientale. La conversione dei mezzi tradizionali in veicoli elettrici è un processo lungo e costoso, ammesso che sia sufficiente a rendere i trasporti sostenibili dal punto di vista ambientale. Come intendiamo produrre l’energia che serve per spostare centinaia di milioni di vetture elettriche solo in Europa? Abbiamo messo a punto una filiera del riciclo/riuso delle batterie prima di dare la definitiva stura al mercato delle auto a zero emissioni? Una visione ecologica del governo non è tale se serve come pretesto per “modificare le abitudini della popolazione” (Edouard Philippe). Per anni, infatti, i governi europei hanno incentivato il consumo del diesel che molte città, adesso, pensano addirittura di vietare. L’uso dell’auto è strettamente connesso con un diritto di libertà, quello di circolazione, che è giusto limitare per salvaguardare l’ambiente, ma senza oneri tali da pregiudicare un altro principio fondamentale, l’uguaglianza. I neoliberali potrebbero eccepire che questa non è in discussione. Ma da loro, che hanno studiato solo la forma, non mi aspetto nessun afflato per la sostanza. È la sinistra che dovrebbe farsi carico di istanze egualitarie come quelle messe in piazza dai “gilet gialli”, rivendicando per se stessa il ruolo che una storia non ancora finita le ha fatalmente assegnato.

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Lo scopo del gioco


Gli oppositori della metrotranvia Cosenza-Rende-Unical, che sospirano di sollievo alla notizia del probabile blocco dei lavori, proprio non li capisco. Dicono “inutile, dannosa, antieconomica, obsoleta”. Ma si rendono conto, questi Soloni, delle ricadute di un’infrastruttura all’avanguardia per l’area urbana cosentina? Un collegamento veloce e sostenibile tra il capoluogo bruzio e la cittadella universitaria di Arcavacata, magari sul vecchio rilevato delle Ferrovie della Calabria. Così gli studenti che provengono dal Savuto non cambierebbero neanche treno. Sarebbe un disastro. Quaranta minuti sono troppi? Sono pochi! Lo scopo del gioco, infatti, non è colmare il divario infrastrutturale con le aree più avanzate d’Italia e d’Europa; è, al contrario, spendere i soldi dell’agenda europea senza uscire dall’obiettivo dei fondi destinati alle aree economicamente depresse. Non è semplice: occorre grande perizia; ci vogliono, appunto, progetti anti-economici. Denigrare il ceto politico della nostra bellissima regione, solo questo sanno fare. È grazie a politici e amministratori illuminati se stiamo peggio dei polacchi e abbiamo più o meno lo stesso tenore di vita di bulgari, croati, greci e ungheresi. Ma, sono sicuro, sbaraglieremo questa concorrenza. Tanto ‘sti babbei crescono quattro volte più rapidamente di noi. Quando i paesi dell’Est diventeranno contribuenti netti dell’Unione, il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) si chiamerà direttamente Fondo europeo di sviluppo calabrese (FESC). Allora, forse, sarà chiaro a tutti a che gioco giochiamo.

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È morto Marchionne, ma è sembrato Olivetti.


Una frase generalmente attribuita a Gianni Agnelli, l’Avvocato, è “Ciò che va bene per la Fiat, va bene per l’Italia”. Una volta poteva darsi. C’è stato un tempo in cui l’Occidente tutto, non solo l’Italia, si reggeva su un compromesso sociale-industriale, garantito dalla politica, ratificato nelle istituzioni del Welfare State, che tuttavia non ha superato la cosiddetta “fine della storia”. La Fiat era parte di quel compromesso che andava molto oltre le relazioni industriali, definendo il complesso dei rapporti politici, economici, etico-sociali della Repubblica nata dalla Resistenza.
Quando, nel 2004, Sergio Marchionne divenne amministratore delegato del gruppo torinese, il mare grosso della globalizzazione stava schiantando la nostra economia. Fiat era una nave all’ancora in un porto insicuro. Marchionne, allora, chiuse le falle nello scafo e spiegò le vele a favore di un vento che portava – e porta – l’azienda lontano dall’Italia. In America. Dagli Stati Uniti arrivano gli utili del gruppo. Grazie all’acquisizione di Chrysler, il valore azionario di FCA si è in poco tempo decuplicato.
Il successo del manager italo-canadese è stato finanziario e americano. In Europa, Fiat perde e perde alla grande. Nelle vendite, ma soprattutto nella ricerca e sviluppo di nuove tecnologie applicate all’auto. Dal punto di vista industriale non c’è ragione per la quale dovremmo santificare la figura di Sergio Marchionne. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ex cathedra, lo accosta ad Henry Ford.
“Un pioniere”, “un riformista”: in questi giorni ho letto note agiografiche, leggende auree stile Jacopo da Varazze. Pioniere perché ha rimosso i sedimenti di un capitalismo relazionale che incrostavano il governo della compagnia? O perché ha applicato agli stabilimenti italiani il World Class Manufacturing, adeguando le condizioni di lavoro allo standard americano?
Quanto al “riformista”, non è una categoria che si attaglia alla persona di Marchionne, che è stato un campione di autocrazia, non di democrazia. Riformista fu Adriano Olivetti, antifascista militante che si poneva il problema di portare la democrazia dentro la fabbrica, per rendere sostanziale l’uguaglianza tra capitani d’industria e lavoratori. Se la vulgata renziana dentro e fuori il Pd comprendesse che da come si organizza un’azienda tipo FCA dipende il futuro della democrazia forse certi necrologi sarebbero più sobri.

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Il re regna, ma non governa


Elisabetta&TheresaAppunti sulla più grave crisi istituzionale dell’Italia repubblicana.

Il diritto non è una scienza esatta, si trovano letture discordanti sulle prerogative del Capo dello Stato in tutte le scuole; non fermiamoci a quella, magari la prima, che più s’intona con il nostro sentire. Anche sul tema emerso in queste giornate convulse e che verosimilmente sarà al centro della prossima campagna elettorale ci sono interpretazioni della Carta che puntellano il veto posto dal presidente Mattarella sul professor Savona: “l’uscita dall’euro per l’Italia sarebbe incostituzionale. Dunque il presidente dovrebbe opporsi alla nomina di chi si ripromette questo.
Insomma, facciamo parte di una federazione e non abbiamo indetto neanche una bicchierata per celebrare degnamente gli Stati Uniti d’Europa. Dunque leghisti e pentastellati sono dei sediziosi secessionisti. Abbiamo recepito l’Euro con una procedura ordinaria, ma i trattati sull’Unione sarebbero assurti, evidentemente per virtù dello Spirito Santo, al rango di Costituzione. Mi piacerebbe che certi studiosi tornassero coi piedi sulla terra, perché tra limitazione e cessione di sovranità (ex. artt. 11, 117 Cost.) c’è la stessa differenza che passa tra un’organizzazione internazionale, l’Unione Europea, e uno Stato, la Repubblica Italiana.
Sergio Mattarella non è il Papa, per essere buoni cittadini non dobbiamo credere nella sua infallibilità. L’irresponsabilità ex articolo 90 Cost. non è l’immunità sovrana che impediva ai monarchi di essere imputati per qualunque reato. È garanzia di terzietà. Per intenderci, nel calcio gli arbitri possono sbagliare, ma è la loro autonomia e indipendenza rispetto alle squadre in campo che rende l’incontro regolare. Il Presidente della Repubblica può rifiutarsi di nominare un ministro che non gli aggrada, non è un notaio. Facciamocene una ragione senza evocare limpeachment e senza richiamare le anime dei morti, da Costantino Mortati a Livio Paladin.
Si può criticare il Presidente della Repubblica avendo cura di non infangare l’istituzione più rappresentativa del nostro Paese, di cui il prof. Mattarella è la personificazione, l’incarnazione. Le istituzioni non sono mere astrazioni. Servono delle persone che rivestano i cosiddetti ruoli istituzionali. Un tronco, due braccia, due gambe, ma soprattutto una testa. E quella si sa “è un velo di cipolla”.
E allora mi chiedo, se il presidente Mattarella non ha nominato il prof. Paolo Savona in quanto “sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoriuscita dell’Italia dall’euro”, per quale ragione ha conferito l’incarico di formare il governo al prof. Giuseppe Conte, designato da una coalizione di partiti euroscettici, apparentati con i nazionalisti di Brexit e l’ultradestra francese?
Ancora, come facciamo a sapere che l’euroscetticismo della maggioranza che avrebbe votato la fiducia al governo Conte si sarebbe tradotto in effetti nell’uscita dell’Italia dall’Euro? Dovremmo dedurlo da risalenti esternazioni di un ministro in pectore più che dall’accordo di programma sottoscritto dalle parti politiche che si accingevano a dar vita al governo?
L’Euro è la nostra moneta sulla base di un trattato internazionale (Maastricht) ratificato nel 1992 dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro su autorizzazione delle Camere. Anche la Lega votò a favore del Trattato sull’Unione europea. Nel 2008 l’Italia ha ratificato il Trattato di Lisbona che modifica il trattato sull’Unione europea e il trattato che istituisce la Comunità europea; anche allora la Lega votò a favore di una maggiore integrazione. Questa cronologia non significa nulla?
Nel frattempo qualcosa è successo. La più grave crisi economica dal ’29, quella dei debiti sovrani che ha avuto un impatto devastante sulle politiche sociali dei paesi membri dell’Unione a rischio default, di fatto commissariati dalle autorità europee. La fiducia nei confronti delle istituzioni comunitarie è considerevolmente diminuita in settori sempre più significativi della società perché si avverte, a fronte dello zelo draconiano che caratterizza la governance europea, un deficit di democrazia, di rappresentatività delle stesse istituzioni.
Si pone dunque la questione, se non di uscire (dio non voglia!), di rivedere i termini dell’adesione italiana all’Unione economica e monetaria europea. Siccome “non è stato in primo piano durante la recente campagna elettorale”, sostiene il Quirinale, il tema dell’adesione italiana all’Euro non può essere neanche sfiorato dal nuovo governo: “se si vuole discuterne lo si deve fare apertamente e con un serio approfondimento”. Ne deduco che, se al posto di Napolitano ci fosse stato Mattarella, il ddl costituzionale Renzi-Boschi non avrebbe mai visto la luce nella passata legislatura. Per non parlare del Jobs Act. Peccato non averci pensato prima di eleggere per una seconda volta Giorgio Napolitano.
Cosa c’entrano le attribuzioni del Capo dello Stato in relazione alla formazione del governo con l’adeguamento degli obiettivi di finanza pubblica dell’Italia agli interessi dell’Unione europea (per dire solo della politica economica)? L’attenzione “alla tutela dei risparmi degli italiani” da parte del Colle può andare oltre la moral suasion nei confronti del Governo e del Parlamento, condizionando la formazione stessa dell’esecutivo? “Il re regna, ma non governa” si usa dire nelle monarchie parlamentari.
Nel Regno Unito hanno avuto Brexit, ma lo scontro politico non si è tradotto in una crisi istituzionale. Elisabetta II d’Inghilterra, che avrà certamente le sue idee, ha nominato ministri – di un governo che ancora si chiama “di Sua Maestà” – favorevoli e contrari all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, che condividono la gestione di una fase tanto delicata per il loro Paese.
A proposito del veto posto da Mattarella su Savona, Massimo Villone scrive sul Manifesto: “La fragilità sul piano costituzionale si traduce in errore politico, e rischi per l’istituzione presidenza. Che potrebbe domani essere attaccata per aver difeso poteri forti e padroni occulti del paese che nel proprio interesse ci impediscono di decidere il nostro destino. E per aver moltiplicato, drammatizzando invece di rassicurare, le tensioni sullo spread e i mercati”.
I giuristi democratici spiegano in un loro comunicato che “il rifiuto alla nomina non può mai fondarsi su un giudizio politico sul soggetto, ma solo su una sua inidoneità giuridica a ricoprire l’incarico. Questo perché, di fronte alla maggioranza parlamentare che indica un possibile governo, il Presidente della Repubblica svolge un’attività politicamente neutra, e non può sovrapporre il proprio indirizzo politico a quello del Parlamento”; ricordano che “il Presidente della Repubblica ha altre forme di controllo sulle possibili violazioni della Carta Costituzionale. Egli può, infatti, rifiutare di firmare eventuali atti che violassero palesemente la Costituzione. Il sistema è poi ulteriormente garantito dalla previsione di una Corte Costituzionale”.
Lega e M5S potevano evitare la crisi istituzionale sacrificando Savona, ma nei loro confronti non avevo nessuna fiducia. Ce l’avevo in Sergio Mattarella. I rapporti tra costituzionalismo e democrazia sono tali che il primo impedisce lo strapotere della seconda. Ma la supremazia della Costituzione sulla maggioranza di turno non può essere ridotta al potere di nomina di un ministro. Ecco perché mi piace distinguere tra presidenza e presidente.
Il Quirinale adesso punta su Carlo Cottarelli. Un economista che non ha bisogno di accrediti presso Fondo monetario internazionale, Banca centrale, Commissione e cancellerie europee. Non un euro di spesa in più, aliquote costanti e, con le maggiori entrate dovute alla congiuntura favorevole, riduzione del debito. Un balsamo contro la tosse stizzosa dello spread, si direbbe. Auguriamoci che l’iniziativa di Mattarella abbia successo.

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Viva l’ignoranza!


Cari Testimoni di Geova, ieri sono stato un po’ sommario, lo ammetto. Voi siete “studenti biblici”, io un ignorante. Sono il cafone di Miseria e nobiltà: “Alla sera me ne vaco allu tabareno e me ne esco quando chiode”; queste righe le detto a Google Chrome, perciò abbiate pazienza. Voi bussate alla porta con la soluzione ai miei problemi e io mi dimostro così insensibile. Chiedo umilmente perdono. Ma mettetevi nei miei panni. Fate parte di un movimento fondato in Pennsylvania nel 1870; per me siete come Halloween, un’americanata. Presterei più ascolto a uno sciamano dell’Asia centrale o ad un peyote navajo, se uno di loro mi citofonasse. Intendete ripristinare il Cristianesimo del I secolo, ma siamo nel 2018, dunque non so se è il caso. Fate il porta a porta come piazzisti, ma Cristo non è un aspirapolvere. E comunque non siete bravi come gli agenti che vendono aspirapolvere, anzi siete proprio scarsi. Sì, perché non capite che il vostro prodotto, il moralismo, non tira. Ora, se proprio ci tenete a piazzarlo, provate con il cross selling, incrociate le vostre prediche con la vendita di un robot da cucina. Magari vi andrà meglio. Il vostro Antonio

P.S. “Viva l’ignoranza!”

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