Lo sproloquio di Buffon e l’incultura juventina


234144719-5bd8a2ac-5ab8-4f85-99ef-b36a9f818d6eQuante volte, di fronte ad un episodio dubbio, l’arbitro ha fischiato a favore della Juventus? Quante volte ha decretato “l’uscita di scena” di una squadra che aveva giocato meglio, che non avrebbe meritato di perdere, anzi? Quante volte abbiamo sentito gli avversari di turno evocare la sudditanza psicologica o addirittura la corruzione della classe arbitrale, per delegittimare i successi della Juve in campo nazionale e internazionale? Quanta dietrologia consumata per spiegare il fenomeno Juventus! Un club risorto dalle ceneri di Calciopoli più forte di prima. Egemone come non mai. Perché mai la Juve è stata padrona della scena come nell’ultimo decennio. Mai. Dalla cadetteria all’élite del calcio mondiale in un tempo che normalmente serve a stabilirsi al vertice di quello nazionale.
Dal ritorno in A (2007/2008) la Juve ha vinto, con una superiorità che rende trascurabile qualunque torto arbitrale, sei campionati (consecutivi) e per due volte è arrivata in fondo alla Uefa Champions League. Risultati che io spiego con la brillante programmazione, con la pronta risposta ai cambiamenti “imposti” dalla globalizzazione al calcio professionistico, che vuole autosostenersi e non essere, come in passato, lo sfogo di un mecenatismo dal sapore rinascimentale.
Tutto questo con lo sport non c’entra nulla, ovviamente. Ed è il motivo per cui ho smesso di appassionarmi alla Juve. L’anno scorso ho spezzato la catena “business to consumer” che costringe ancora milioni di sedicenti tifosi bianconeri e ho trovato asilo nella piccola patria del Doria. Ma non divago.
Della Juventus penso tutto il male possibile, non che sia aiutata dagli arbitri. Contesto l’immaginario della Rubentus quando ad alimentarlo sono gli avversari; a maggior ragione contesto la Juve, quando i suoi si permettono di dire che l’arbitro è “spazzatura”. Non entro nel merito della decisione del signor Oliver, designato per Real Madrid Vs Juventus, ritorno dei quarti di finale di UCL. L’episodio, a detta dello stesso Buffon, è dubbio. Sta all’arbitro ricondurre il fatto che si è verificato a pochi metri dalla linea di porta, dal goal del Real Madrid, alla regola; indipendentemente dalla circostanza che il risultato sia di perfetta parità allo scadere dei tempi regolamentari.
Quello che sfugge alla “sensibilità” di un delirante Buffon è che l’arbitro si chiama così perché agisce senza condizionamenti. Invece, secondo il portierone bianconero, Oliver avrebbe dovuto farsi carico delle attese della Juve, che dopo aver rimontato tre gol al Real, a quel punto, “meritava di andare ai supplementari”.
Io non so se l’arbitro abbia sbagliato; può darsi. So che, se non avesse fischiato il rigore, il diritto di lamentarsi lo avrebbero avuto gli spagnoli. Di lamentarsi, non di dare dell’animale all’arbitro. Lo sproloquio di Buffon, ahimè, non è dettato dal momento, dall’adrenalina. È figlio della spaventosa incultura riassunta nel motto juventino “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”.

Annunci
Pubblicato in Culture, Sport, Stato e società | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Non è colpa di Rosato


Ai candidati calabresi che si sentono scippati dal Rosatellum. È una pessima legge, d’accordo; ma non perché vi abbia penalizzato nella corsa a Montecitorio o Palazzo Madama. Prima di candidarvi, studiate. Se non sapete leggere, fatevi aiutare da uno che ha frequentato le Suore Insegnanti del Terz’Ordine Regolare di S. Francesco. Se aspirate a uno dei venti seggi messi in palio per la Camera ovvero a uno dei dieci seggi messi in palio per il Senato, quello che succede a Poggibonsi o Vietri sul Mare non vi interessa. La soglia di sbarramento al 3% è nazionale; una volta superata, un seggio si può vincere con qualunque percentuale a livello locale. Se nel profondo Sud prendete meno voti della Lega, la colpa è vostra, non di Ettore Rosato. Se stringete accordi con Salvini sperando che poi lui opti per l’elezione in un altro collegio e vi lasci il seggio calabrese, sappiate che Matteo è più ignorante di voi in materia elettorale, infatti ha sempre detto che sarebbe andato a votare già un anno fa con qualunque legge, tanto per lui sono tutte uguali. Se la Consulta un giorno dichiarerà incostituzionale il Rosatellum, sarà per merito di una valanga di ricorsi già presentati all’inizio dell’anno, quando voi eravate troppo impegnati a contare i voti che non avete. Un abbraccio.

Pubblicato in Stato e società | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Si dimette, ma…


Dice che i vincitori delle politiche non dovrebbero gioire perché sono gli stessi che hanno detto no alle riforme: se le avessero votate oggi avrebbero i numeri per governare. Ha indetto una conferenza stampa per dire questo. Non pensa che il Centrodestra e il MoVimento 5 Stelle abbiano vinto proprio sulla scorta di quel no, non ci arriva. Non pensa che se Minniti fa il verso a Salvini tanto vale provare Salvini. Non ci prova proprio a pensare come un elettore di sinistra, a riconsiderare il Jobs Act alla luce del precariato che definisce sempre di più il mercato del lavoro italiano. Non dubita che gli elettori, i suoi, abbiano compreso che un’ora lavorata non equivale a un posto di lavoro; che la crescita di questi anni, molto modesta, è congiunturale, non strutturale, non auto-sostenuta; che la “ripresina” dipende dalle esportazioni, che se fosse per il mercato interno saremmo ancora fermi al palo. In sedici mesi ha perso più di qualunque altro leader della storia repubblicana e ancora parla. Per dire che si dimette, ma… No, evidentemente non pensa.

Pubblicato in Stato e società | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Waterloo


Se i parlamentari italiani fossero eletti tutti in collegi uninominali il Partito democratico, col 18,72% dei voti, sarebbe marginale. Con il Rosatellum, in odore di incostituzionalità, il Pd (finora 112 deputati e 57 senatori) è ancora rilevante. La legge elettorale in vigore è studiata per mantenere l’asse di rotazione del sistema politico italiano attorno ai democratici, a loro volta garanti di un indirizzo politico che si determina “altrove”, non nel Parlamento della Repubblica. Solo Renzi, che dopo il 4 dicembre 2016 è credibile come il comandante Schettino al telefono con De Falco, avrebbe potuto sostenere nello stesso lustro due sistemi elettorali tanto diversi. I parlamentari piddini “ripescati” nei collegi plurinominali dovrebbero erigergli un monumento. Al posto loro chiamerei uno bravo, che raffiguri Matteo alla maniera dei neoclassici, all’eroica. Chissà che non si convinca di essere Napoleone. Chissà che non capisca che il Referendum Costituzionale era Lipsia, stavolta è Waterloo.

Pubblicato in Stato e società | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Cosa stiamo aspettando?


buffon-piange-600x333Se la Nazionale italiana di calcio non si è qualificata alla fase finale del Mondiale non è affatto una tragedia. È lo sport. L’Italia di Ventura, dal punto di vista tecnico-tattico, è un sacco di patate. E i sacchi di patate non si qualificano ai Mondiali.
Non conta quanti soldi prendono, quanto vale il loro cartellino. Conta quello che i giocatori mettono in campo. Se guardiamo ai valori di mercato, tutta la rosa svedese non vale il solo Marco Verratti. Ma il calcio è uno sport di squadra e la Svezia, nel doppio confronto, si è rivelata un avversario insuperabile per la superba Italia di Giampiero Ventura.
Il tecnico ex Torino è subentrato a Conte dopo l’Europeo. Da allora il calcio degli azzurri è regredito ad uno stadio primitivo. L’eliminazione rende giustizia dell’incultura calcistica di questa Nazionale. Negli ultimi incontri, in particolare, abbiamo visto giocatori spaesati, prevedibili, incapaci sia di giocare all’italiana, di rimessa, sia di sfruttare l’ampiezza del campo per allargare le maglie della difesa avversaria.
Il football è, o dovrebbe essere, lo sport nazionale italiano. Come l’hockey per i canadesi o il baseball per gli statunitensi. Eppure sono sempre meno gli italiani che praticano questa disciplina ad alto livello. Siamo buoni più che altro a romperci i crociati nelle “partitelle” fra scapoli e ammogliati. Chiedere a ortopedici e fisiatri se l’epidemiologia non descrive un aumento esponenziale di traumi a carico delle articolazioni, dovuti all’imperizia di quei fenomeni panciuti che praticano il futsal.
Il calcio ormai è un genere di consumo. Una volta era disciplina, contribuiva all’educazione dei giovani, adesso è showbiz. L’industria dello spettacolo è globale, non riconosce i confini degli stati nazionali. I club hanno un orizzonte di breve periodo, ingaggiano giocatori da tutto il mondo, valorizzano quelli più giovani per rivenderli a peso d’oro.
Spagnoli e tedeschi hanno investito nei vivai per coniugare le esigenze a breve dei club con quelle a medio-lungo termine delle nazionali. Il risultato è che da venti anni a questa parte le scuole giovanili spagnole e tedesche tirano su campioni d’Europa e del Mondo. I selezionatori di Spagna e Germania attingono a bacini sterminati di talenti che, quando non trovano posto nei club patrii, lo fanno all’estero: in Inghilterra, Francia e Italia.
Una nuova leva è già pronta: Saul Niguez, Oliver Torres, Denis Suarez, Marco Asensio, Gerard Deloufeu per le Furie Rosse; Julian Weigl, Max Meyer, Joshua Kimmich, Maximilian Arnold, Leroy Sané per le Aquile; sono solo alcuni dei nomi che mi vengono in mente quando penso agli under spagnoli e tedeschi.
Noi, esattamente, cosa stiamo aspettando per riorganizzare quello che il lacrimante Buffon del dopo Italia-Svezia ha chiamato “movimento”? La Juve cosa ha intenzione di fare? Solo sette giocatori bianconeri su ventisei della prima squadra sono di nazionalità italiana; due i titolari: Buffon e Chiellini. Per andare a caccia della Champions il club torinese ha smarrito la sua proverbiale italianità. Sono soprattutto i grandi club che devono assumersi gli oneri della riforma. Alla Federazione il compito di redistribuire risorse a favore delle serie minori e soprattutto delle squadre giovanili.

Pubblicato in Diari, Sport | Lascia un commento

Giornalisti o stuntman?


Le immagini di Spada che rompe la faccia all’inviato di Nemo mi hanno fatto un certo effetto. Non intendo sminuire il lavoro dei miei amici giornalisti, solo non vorrei che qualcuno confondesse il mestiere di giornalista con quello di stuntman. Il cronista che intervistando Spada ha rimediato una frattura scomposta del setto nasale non ci ha detto niente che non sapessimo su neo-fascismo e criminalità organizzata, non ci ha fatto fare passi avanti nella lotta alle mafie. Daniele Piervincenzi ha solo rischiato di morire.
Giovanni Falcone diceva che la mafia non si combatte con l’eroismo di cittadini inermi. La do io una notizia ai miei amici giornalisti: tra i cittadini inermi ci siete anche voi. A meno che non pensiate di incrociare microfoni con spranghe, nel caso vi faccio tanti auguri. Ribadisco il concetto: sono ammirato dal coraggio di tanti giornalisti e reporter, ma quella di Piervincenzi mi è sembrata più incoscienza. Chiedere a uno Spada se il suo clan appoggia CasaPound alle amministrative è come chiedere a un corleonese se la sua famiglia ha mai appoggiato Andreotti alle politiche. Che è così lo sappiamo dai pentiti che lo hanno testimoniato in tribunale, non dai diretti interessati.
Glem Greenwald è il giornalista del Guardian che ha pubblicato le rivelazioni di Edward Snowden sui programmi di intercettazione telefonica e sorveglianza internet dei servizi segreti americani. Le informazioni, Greenwald non le ha avute dalla CIA, ma da un suo ex consulente. Qualcosa ha rischiato mentre raccoglieva le dichiarazioni di Snowden, ma ce lo immaginiamo se si fosse rivolto direttamente a una delle agenzie che hanno intercettato abusivamente le comunicazioni di mezzo mondo?

Pubblicato in Stato e società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Aprile e la ragazza ubriaca


Negli ultimi giorni, oltre alla ragazza che si libera negli orinatoi maschili durante una partita di football americano, è diventato virale un video di Pino Aprile che, ospite di Nemo-Nessuno escluso, ribadisce il tema dei suoi best seller: “il Nord sfrutta da sempre le risorse del Sud“. Secondo Aprile, se dopo settant’anni di economia assistita il Sud d’Italia è fanalino d’Europa, la colpa è dell’annessione delle Due Sicilie al Regno di Sardegna. Non è la Lombardia a trainare il resto del Paese; la locomotiva è il Sud che ogni anno acquista settanta miliardi di beni e servizi dal settentrione. Le opinioni di un autorevole giornalista e scrittore non sono un problema. Gli storici possono sempre smentirlo. A preoccupare è l’eco di certi argomenti, sono i risvolti politici di una campagna che prende sempre più vigore. Il problema è il contesto. In Europa, si ridestano nazionalismi che l’integrazione politica avrebbe dovuto comporre nel quadro di istituzioni federali: il Regno Unito tratta la sua uscita dall’Unione europea; in Spagna, la Catalogna dichiara l’indipendenza e il suo leader ripara all’estero; in Italia, Lombardia e Veneto chiedono più autonomia dallo Stato puntando addirittura allo statuto speciale. Questi moti rispondono a forze centrifughe che accelerano il degrado della costruzione europea ed espongono gli stati membri a turbolenze che da soli non sono in grado di affrontare. In queste circostanze l’agitazione di un revanscismo neo-borbonico, centocinquantasei anni dopo la resa di Francesco II, c’entra come una donna ubriaca nel bagno degli uomini. Speriamo siano tutti bravi ragazzi.

Pubblicato in Internazionale, Stato e società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento