Quello che il mio partito non dice


Nel secondo dopoguerra la Politica (con la “P” maiuscola) moderò i rapporti economici favorendo una clamorosa espansione della produzione italiana. Quando il vantaggio competitivo legato al basso costo della manodopera svanì, dal momento che i lavoratori aumentarono il potere contrattuale nei confronti delle aziende, il meccanismo s’inceppò. Erano gli anni ’70, si poteva ancora rimediare. Volendo. Sfruttando gli ampi margini di crescita del Mezzogiorno, adeguando la sua agricoltura agli standard di produzione e commercializzazione dell’industria meccanica e chimica del Nord. Per esempio. Invece lo Stato aiutò imprese fuori mercato e incrementò la dipendenza del Sud dalla spesa pubblica, burocratizzando la sua forza lavoro e inondando le regioni meridionali di sussidi. Un modo perverso di sostenere la domanda interna, congeniale alla riproduzione del potere politico, sempre uguale a se stesso. Poi venne Maastricht, fine degli aiuti di Stato. E l’Euro, fine delle svalutazioni competitive. La coperta diventò improvvisamente (ma non tanto) corta. Il risultato è che da quasi una generazione il Paese è fermo.
Il debito pubblico è aggredito dagli speculatori che giocano con l’Italia come il gatto con il topo. L’Europa teme, a ragione, che possiamo contagiarla. Ma non è verso i mercati in quanto tali che dobbiamo indirizzare il nostro risentimento. Una parte significativa degli elettori sembra averlo capito, ma il voto di protesta da solo non basta per determinare il cambiamento. La cosiddetta Seconda Repubblica è un’occasione mancata. Avrebbe potuto trasformare l’Italia in una democrazia maggioritaria, della responsabilità. Uno vince, l’altro perde; uno governa, l’altro fa opposizione; e il cittadino-elettore sanziona le responsabilità dell’uno e dell’altro. Invece no. Eravamo e siamo una repubblica consociativa, della responsabilità diffusa, talmente diffusa che si traduce in una sostanziale irresponsabilità. Le leggi di spesa che hanno scompensato la finanza pubblica e reso bulimico lo Stato, rispondono a una logica spartitoria che una tecnocrazia un po’ vanesia sembrò arginare negli anni ‘90.
Il conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi ha assorbito l’attenzione dei media negli ultimi vent’anni. Il dibattito tra i partiti si è svolto per la maggior parte del tempo sulla legittimazione politica di una persona che il corpo elettorale ha indicato per tre volte quale presidente del Consiglio e le giunte parlamentari competenti hanno sempre dichiarato eleggibile. Una legge sul conflitto d’interessi c’era già, bastava applicarla. Il centrosinistra non l’ha fatto perché la contropartita della sua inazione era la conservazione dello status quo: le riforme istituzionali e quelle strutturali per il rilancio dell’economia non si dovevano fare; andava mantenuta la tradizionale struttura dei rapporti centro-periferia, tale che il Nord a tutt’oggi non svolge un controllo politico sulle proprie risorse e il Sud resta l’obiettivo dei fondi europei per lo sviluppo. Il tradimento del Federalismo da parte della Lega Nord nella scorsa legislatura accredita una volta di più la tesi consociativa.
Il mio partito dovrebbe dire queste cose, invece si ostina a negarle. Ancora ieri Bersani diceva che no, non siamo tutti uguali. Ed esclude l’ipotesi di governare con il centrodestra per la salute pubblica. Ciò che può sembrare coerenza è, invece, la riproposizione del solito schema: se il Pd riconoscesse il Pdl, il sistema potrebbe finalmente sbloccarsi, il governo diventare contendibile, la politica tornare a incidere positivamente nella vita delle persone. E questo, com’è facile immaginare, sarebbe grave per lo smisurato ego dei politici.

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