La Costituzione in brick, ci vorrebbe un Pirella


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Emanuele Pirella è stato il più importante pubblicitario italiano. Un genio, un rivoluzionario. Le sue campagne sono immortali. Dalla banana dieci e lode a Che morbido: è nuovo? No, lavato con Perlana!; a O così. O Pomì (slogan coniato da Pino Pilla per Parmalat nel 1984).
La comunicazione di Pirella rifletteva le dinamiche sociali in anni di grande fermento, spostava l’attenzione del consumatore dalle informazioni sul prodotto ad un ambito letterario tale che il prodotto non si vendeva, piuttosto “si faceva comprare”. Le sue pubblicità si basavano su una forte interazione tra consumatori e copyrighter. I destinatari delle campagne erano protagonisti del messaggio pubblicitario, integravano l’immagine che ogni azienda dava di se al mercato.
Ci vorrebbe uno come Pirella, della stessa intelligenza, in grado di plasmare la cultura del suo tempo, per decostruire l’immagine che Matteo Renzi dà di se stesso al grande pubblico, che s’informa attraverso la televisione e “consuma” la politica come un format. Ne avrebbero bisogno le opposizioni, politiche e sociali, per contrastare, sul piano dell’identità dei cittadini con le istituzioni della Repubblica, il tentativo renziano di modificare, dopo settant’anni di democrazia costituzionale, l’uso sociale-collettivo dello spazio pubblico ripristinando privilegi da Stato ottocentesco.
L’esigenza di cambiamento è insopprimibile nella società italiana. Occore adeguare l’ordinamento della Repubblica ai tempi, alle tremende sfide che incombono sul nostro paese. Come? La versione di Renzi è semplice: comprimere l’autonomia regionale e degli enti locali, ridurre ulteriormente l’attitudine del parlamento a rappresentare le istanze dei cittadini, introdurre per via ordinaria una forma di governo sbilanciata a favore dell’esecutivo. Per non parlare delle politiche (anti)economiche e (anti)sociali apprestate dal governo negli ultimi due anni.
Il Referendum costituzionale è una tappa importante di questo processo. Il presidente del Consiglio ha sostenuto le ragioni del Sì a Ottoemezzo, in contraddittorio con il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio. La comunicazione renziana è improntata agli slogan, alla sottrazione, tecnica che i pubblicitari conoscono molto bene. Renzi esalta le caratteristiche della riforma costituzionale tagliando gli aspetti che destano preoccupazione. Il messaggio viaggia veloce, troppo, anche per Marco Travaglio.
Verso la fine del dibattito, Renzi ha detto che se vince il No “ci teniamo questo parlamento, con questi costi delle istituzioni, con il CNEL, con i poteri delle regioni, con i rimborsi ai consiglieri regionali…”. Quello degli italiani sarebbe un No, tout court, al superamento del bicameralismo paritario, alla riduzione del numero dei parlamentari, al contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, alla soppressione del Cnel e alla revisione del Titolo V della parte II della Costituzione.
Dunque non è più un referendum confermativo. Secondo Renzi è il giudizio universale. Gli elettori possono votare No, ma devono convincersi che alla versione di Renzi non c’è alternativa. Che nessun’altra riforma sarebbe legittima, che c’è un solo modo di farla: o così, o Pomì. O la Costituzione del ’48. O la Costituzione in brick, quella “passata” da un parlamento dimezzato dalla Consulta. Ancora sottrazione.
Il parlare di Renzi è breve, incisivo: un martello. Costringe l’interlocutore sulla difensiva. Giovedì ho capito che arriverà prima di qualunque opinion maker: intellettuale, notista politico o professore universitario; il vuoto di opinione che c’è attorno ai temi istituzionali si riempirà dei suoi significati.
È arrivato il momento di prendere sul serio il venditore di Rignano. E assumere un pubblicitario.

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