Da Modugno a Emma. Non è colpa di Francesca


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Di Sanremo contesto il formato. Non è più una rassegna di canzoni ma un contenitore di numeri d’arte varia lungo, estenuante. Perciò non lo guardavo da anni. Fino a sabato scorso, quando mi hanno invitato ad un gruppo d’ascolto. “È solo una scusa per stare insieme” diceva l’invito.

A un certo punto della trasmissione si accende un dibattito a dir poco serrato. Tema: “da anni i pezzi sono tutti uguali”. Non è questione di testi, ma di partitura e organizzazione strumentale delle canzoni. I musicisti presenti spiegano il concetto ai profani.

La tensione sale quando Francesca R. Lupi chiama in causa Fabrizio De André. “Al paragone si conosce l’oro” dicevano gli antichi. De André a Sanremo non ha mai partecipato, ma non importa. Il discorso si allarga alla musica contemporanea, che non propone più canzoni in grado di imporsi nella cultura di massa, passando per un grado ragionevole di innovazione.

Secondo gli addetti ai lavori De André avrebbe conquistato alla canzone italiana le antologie scolastiche, ma per la musica si sarebbe sempre rivolto a grandissimi arrangiatori e strumentisti che lo hanno reso davvero popolare.

Ecco il problema. La musica è per definizione un’attività sociale. Uno non suona per se stesso, suona per comunicare dei sentimenti. Questi non risiedono solo nel testo di una canzone, altrimenti che bisogno ci sarebbe di cantarlo e di accompagnarlo con effetti sonori? La musica distraeva i contadini dalle fatiche dei campi e allenta lo stress dell’uomo postmoderno. È intrattenimento, è stile. I grandi musicisti (cantanti, autori, arrangiatori) emergono determinando un cambiamento delle preferenze di chi gode la musica. Altrimenti sono i Ricchi e poveri. Con tutto il rispetto per i Ricchi e poveri che mi tornano sempre utili quando mi faccio la barba.

Antonio Longo non dovrebbe colpevolizzare la sua fidanzata se conosce a memoria le canzoni di Emma. La cantante salentina non definisce la sua epoca come gli Spinners definiscono i magnifici ’70. Emma è un personaggio televisivo: vende dischi in quanto è passata dalla televisione; gli Spinners, viceversa, passavano in televisione in quanto vendevano dischi.

Se questo dibattito scaturisce dall’ascolto – rectius “visione” – di Sanremo è perché nel Festival riponiamo delle aspettative, evidentemente legate a un passato glorioso. Al netto della pubblicità e delle digressioni che deviano lo spettatore dalle canzoni, Sanremo è Sanremo. Ma certe aspettative sono riposte giustamente dopo tanti anni? Non sarà che quel passato, tra una cosa e l’altra, è diventato tra-passato?

Sanremo è un fenomeno di costume che caratterizza il nostro Paese, è un simbolo della cultura italiana. Alla vigilia dell’ultimo Festival Massimo Garritano scrive «Si va verso la “settimana santa”» evidenziando il carattere rituale, di celebrazione che questo evento riveste dal 1951.

Di paragonabile a Sanremo, in Italia, c’è solo il Giro. Nel dopoguerra, in anni di gravi tensioni politiche, lo sport offre agli italiani un terreno di confronto civile, non violento. Così anche le grandi rassegne musicali. Il Cantagiro di Ezio Radaelli prende a modello proprio la corsa a tappe organizzata dalla Gazzetta dello Sport. Le rivalità che si consumano nello sport e nella musica polarizzano il pubblico come la dialettica fra i leader dei grandi partiti di massa. Fausto Coppi, con il suo stile di vita “scandaloso”, è il campione dell’Italia laica; Gino Bartali, cattolico devoto, la nemesi perfetta del Campionissimo. Claudio Villa incarna la tradizione del canto melodico; Domenico Modugno è l’iniziatore di una nuova era musicale.

Entrambi, Villa e Modugno, raccolgono l’eredità dei cantastorie che, a partire dal ‘500, si diffondono in tutto il centro-sud per promuovere l’epica dei paladini carolingi o, subornati dalla Chiesa, temi di argomento religioso; si esprimono in dialetto per essere compresi dal popolo. La prima canzone cantata in pubblico da Modugno è Lu pisci spada, storia di una femmina di pesce spada arpionata da una feluca e inseguita dal maschio fin sopra il peschereccio. Memorabili sono gli stornelli a dispetto del reuccio di Trastevere, che rimandano alle gare di canto tra contadini o borgatari nella Roma papalina. A Sanremo Villa e Modugno detengono il primato di vittorie con quattro edizioni ciascuno.

Alla fine degli anni ’50 il rock’n roll approda in Europa. Autori ed editori italiani si adeguano al nuovo gusto. Nel 1958 Domenico Modugno porta a Sanremo Nel blu dipinto di blu, scritta assieme a Franco Migliacci. Volare è “canzone dell’anno” alla prima edizione dei Grammy Award. Come la cometa di Halley, aspettiamo che l’evento si ripeta.

Negli anni ’60 gli urlatori sbaragliano i cantanti melodici. Mina e Celentano sono i principali interpreti del cambiamento. In una scena del film Urlatori alla sbarra, del maestro Lucio Fulci, un poster di Nilla Pizzi pende sopra il bidet, mentre uno sdentato Chet Baker schiaccia un pisolino nella vasca da bagno. La controcultura dilaga, i cantanti scrivono brani improntati allo spirito della contestazione giovanile. Sanremo registra anche questo passaggio storico. Nel 1967 la scuola genovese perde Luigi Tenco, ma la rottura con la tradizione italiana si compie lo stesso. Nel 1969 partecipa per la prima volta come cantante Lucio Battisti, con Un’avventura.

L’anno dopo Celentano è coautore di Chi non lavora non fa l’amore. Al Festival del 1971 Lucio Dalla presenta 4/3/1943, brano sforbiciato dalla censura. Nel 1972 Ivano Fossati e i Delirium lasciano il segno con Jesahel. A questo punto ha inizio il declino del Festival, proprio mentre la musica d’autore raggiunge il suo apice. La spinta propulsiva del beat si esaurisce nello spazio di un decennio. Negli anni ’70 s’impone a livello internazionale lo stile progressive di gruppi come Pink Floyd e Genesis. L’organizzazione del Festival passa al Comune di Sanremo, la Rai bistratta il concorso e le case discografiche lo boicottano. Nel 1978 i Matia Bazar vincono con … e dirsi ciao, Fossati scrive Un’emozione da poco per Anna Oxa, terzo è Rino Gaetano con Gianna.

Negli anni ’80 Claudio Cecchetto trasforma l’Ariston in una discoteca: l’orchestra scompare, i concorrenti cantano su basi o in playback. Nel 1983 Vasco Rossi lascia il palco mentre l’audio diffonde ancora la sua voce; non ci metterà più piede. Nel 1986 entra in funzione l’Auditel. Il Festival è ormai un varietà. L’edizione del 1987 è la più seguita di sempre: 40 canzoni in gara e lo spettacolo di contorno al Pala-Rock con gli ospiti stranieri. Mia Martini e Fiorella Mannoia conquistano la critica, non i giocatori del Totip.

Nel 1990 Rai Uno trasmette Il caso Sanremo, programma condotto da Renzo Arbore e Lino Banfi, tutto giocato sul provincialismo del Festival. Enzo Biagi paragona il concorso canoro a un circo e intervista Fabrizio De André che, alla domanda “Ė utile questo Festival di Sanremo?”, risponde così.

Nei venticinque anni che ci separano da quell’intervista Sanremo non ci ha restituito una cifra stilistica originale, innovativa, niente in disaccordo con le tendenze provenienti dagli Stati Uniti o dal Regno Unito. Non si è provato neppure a reintrepretarle, a fonderle.

La musica d’autore, assente dal Festival da prima che io nascessi, oggi è considerata colta. Ma a confronto di Emma, e vengo ad Antonio Longo, anche Sergio Caputo è colto. Allora che facciamo: spegniamo le radio? Piuttosto spegniamo il televisore o cambiamo canale, mettiamo su qualche disco e alle brutte copie preferiamo sempre l’originale.

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