Certi economisti e il prestigio del Corriere


Nemmeno i dati dell’Osservatorio sul Precariato presso l’INPS inducono a più miti consigli i “mercatisti” del Corriere della Sera. Le nuove assunzioni crollano con la fine degli sgravi. Era questione di soldi, non di regole. Non c’è uno straccio di prova empirica che la regolamentazione del mercato del lavoro sia causa di disoccupazione, semmai abbiamo evidenze del contrario. Lungi dall’offrire una riflessione all’altezza del loro prestigio, due autorevoli economisti scrivono sul quotidiano milanese:

Il Jobs Act, cancellando l’articolo 18 e introducendo il contratto unico a tutele crescenti, ha impresso una svolta storica al nostro mercato del lavoro. Ma invece dell’orgoglio di aver fatto finalmente qualcosa «di sinistra», tuonano le critiche di chi pensa che quella sia una legge «di destra».

Chi scrive è molto più deferente nei riguardi degli economisti di P. J. O’Rourke, scrittore satirico americano che definisce l’economia:

la disciplina scientifica del non avere la più pallida idea di quello di cui stai parlando. E c’è un grande dibattito sull’uso dell’aggettivo ‘scientifica’.

Quando gli editorialisti del Corriere argomentano che “La sinistra tradizionale si è sempre opposta a qualunque riforma rendesse più flessibile la licenziabilità e quindi l’assunzione di nuove leve” risultano quantomeno ambigui. E’ un articolo di giornale, non scientifico, d’accordo. Ma gli editorialisti in questione sono pur sempre scienziati: il loro discorso dovrebbe essere sempre improntato alla chiarezza.

Sul primo argomento non ci piove. Chiunque può verificare che la sinistra tradizionale si opponeva alla flessibilità, ma non è che la destra fosse per i licenziamenti facili. Lo Statuto dei lavoratori, ivi compreso l’articolo 18, fu votato anche dai liberali. Nel secolo scorso il compromesso sociale-industriale garantiva i cosiddetti insider non soltanto nel loro lavoro, ma nel loro posto di lavoro. Poi questo compromesso venne meno. E fu lo pseudo-riformismo di sinistra a rendere il mercato più flessibile, scoperchiando negli anni ’90 il vaso di Pandora del precariato.

Un rapporto di lavoro è flessibile se si adatta alle esigenze di ambo le parti: datore di lavoro e dipendente. Altrimenti non è flessibile, è arbitrario o – più comunemente – precario.

“Rendere più flessibile la licenziabilità” in italiano non ha proprio senso, nella lingua di uso comune come nel linguaggio settoriale. Le riforme aumentano o diminuisco la flessibilità dei rapporti di lavoro non soltanto in ragione della licenziabilità ma anche di altri fattori, ad esempio la libertà di apporre un termine al contratto al momento della stipula o di demansionare un lavoratore o di legare la retribuzione al raggiungimento di determinati obiettivi. Flessibilità non è sinonimo di licenziabilità, soprattutto non è sinonimo di deregolamentazione. Semmai è il contrario: servono più regole per definire l’ambito di un lavoro flessibile e nello stesso tempo dignitoso.

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori riguarda i licenziamenti senza merito, non c’entra niente con l’economia di un’azienda. Si assumono i lavoratori che servono, si licenziano quelli in esubero: questa è economia. Se si licenziano i lavoratori che servono, non è economia e il licenziamento deve essere giustificato. Se il licenziamento non era giustificato, il datore di lavoro doveva rispondere del danno causato a una persona messa ingiustamente alla porta. Il Jobs Act ha cancellato questo principio: il lavoratore non è più risarcito ma indennizzato in base ad un miserabile standard che non tiene conto delle aspettative di chi vive di lavoro, del diritto al lavoro (non al posto).

Questa, secondo i sopracitati economisti, sarebbe una svolta, di mercato e di sinistra. Sostengono, contro ogni evidenza, che le aziende non assumevano perché non erano libere di licenziare. Ma non ci spiegano la relazione inversa tra regolamentazione del mercato e occupazione. Il Corriere divulga idee semplicistiche che, dopo aver avuto tanta fortuna negli ultimi anni, si sono rivelate errate. Certi editorialisti non dovrebbero pagare dazio? Ne va del prestigio della testata.

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