Il rancore nuoce a Napoli


c_29_articolo_1110088_upiimgprincipalevertHiguain alla Juventus. Apriti cielo. Monta la rabbia dei tifosi. La maglia numero 9 finisce nel water, l’immagine è virale. Il disagio della curva è comprensibile. Ma il rancore è riposto male. L’attaccante argentino fu ingaggiato dal Napoli per segnare, non come guida spirituale per milioni di persone. Di reti, Higuain, ne ha realizzate 91 in 146 partite giocate con la maglia del Napoli. Per questo lo pagano. Per far gol, non per incarnare caratteri fisico-somatici, culturali, linguistici e storico-sociali di un aggruppamento umano che s’identifica con una squadra di calcio. Higuain ha giocato e segnato per il Napoli, ha dato il suo contributo alla vittoria di una Coppa Italia e di una Supercoppa Italiana. Dopo tre anni, e il record di marcature in un campionato italiano di Serie A, Gonzalo ha ritenuto di non poter aggiungere altro valore a un collettivo forte ma non abbastanza. Higuain non è l’enfant du pays come Totti, non è una bandiera come Del Piero o Zanetti. Quando arrivò a Napoli si era già affermato, vincendo campionati e coppe nazionali. Era già Higuain. Lasciò il Real Madrid per una maglia da titolare, per dimostrare tutto il suo valore. Missione compiuta. A quasi 29 anni raccoglie una sfida nuova. Vincere la Champions League con la Juventus. Non ha scelto i bianconeri per far dispetto agli azzurri. Ha scelto in ragione della convergenza tra la sua personale ambizione e quella di un club che prepara l’assalto all’ultimo pezzo di una già epocale collezione di successi. È la sua vita. È la sua professione. E il rancore dei napoletani nuoce alla stessa piazza calcistica partenopea. Se le polemiche non rientreranno al più presto, se i tifosi non rivolgeranno le loro critiche nei confronti della società, che ha il dovere di reinvestire i proventi della cessione di Higuain in acquisti che facciano fare alla squadra il definitivo salto di qualità, sarà difficile che un talento come quello del Pipita si realizzi ancora all’ombra del Vesuvio. Levate quella maglia dal wc, prima che s’intasi.

Pubblicato in Sport | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Brexit, i fini commenti


Quelli che “la Gran Bretagna esce per colpa di Cameron, che ha usato il referendum per tenere insieme il suo partito e vincere le elezioni”, sono i miei preferiti. 33,5 milioni di persone sono andate a votare prendendo acqua a secchiate; molti, per paura di non arrivare in tempo al seggio, hanno chiesto di farlo per delega. È stato come se non aspettassero altro. E i nostri finissimi commentatori, assuefatti al pensiero che certe decisioni il popolo (bue) può solamente subirle e mai determinarle, dileggiano il Primo ministro inglese. Che ha giocato la sua ultima partita politica e l’ha persa. Consapevole che è meglio lasciare i negoziati per l’uscita ad un altro, cinquanta minuti dopo la fine dello scrutinio (da noi ci sarebbero voluti cinquanta giorni), ha annunciato le dimissioni. Non ce l’hanno con Cameron perché l’Europa perde un pezzo fondamentale di demos; tanto per quello che contano, i cittadini. Ce l’hanno con Cameron perché l’Unione perde la sua principale piazza d’affari. La City è il paradiso delle banche d’investimento anche continentali, con il suo modesto livello di regolamentazione. Stupisce, dalle nostre parti, che un leader politico paghi il prezzo della sua coerenza. Come capitò a Margaret Thatcher, leader dei tre “No” all’Unione europea. Cameron ha interpretato il diffuso sentimento antieuropeo del suo Paese moderandolo, lasciando aperto uno spiraglio alla permanenza del Regno Unito nell’Unione come “membro speciale”. Il leader conservatore aveva due opzioni: a) tradire il suo “ideale” e uscire direttamente, pilotando lui la Brexit; b) fare un tentativo per tenere la Gran Bretagna dentro. Ha scelto la seconda. Si è presentato al Consiglio europeo del 18 e 19 febbraio scorso chiedendo più autonomia e ha messo sul tavolo una pistola carica, il referendum. I negoziati hanno dato un esito insufficiente per sedare le istanze di recesso dall’Ue, ma Cameron si è comunque schierato per il Remain! Merita rispetto.

Pubblicato in Internazionale | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Cameron, come ha osato?


Secondo il professor Mario Monti il gesto del primo ministro inglese David Cameron, che ha osato sottomettersi al suffragio universale e diretto sull’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, è un “abuso di democrazia“. Con il referendum, Cameron avrebbe “distrutto il lavoro di una generazione di europei“. Punti di vista. Ad esempio io penso che siano stati politici e tecnocrati à la Mario Monti a distruggere il sogno di Altiero Spinelli, dal momento che hanno posto il carro del mercato davanti ai buoi della politica. Monti che dà lezioni di democrazia al capo di governo della madre di tutte le democrazie moderne; perché sottopone agli elettori una questione fondamentale come la permanenza del loro Paese in un’unione sovranazionale, che comprime la sovranità dei suoi membri come uno Stato, senza essere uno Stato, senza lo straccio di una Costituzione. Lo sprezzo delle élite per il principio democratico non finisce mai di sorprendermi: anche coi piedi nella fossa tengono il punto! Mi chiedo quale senso di comunità possiamo ragionevolmente opporre alle spinte centrifughe che giocano contro l’integrazione del continente europeo; quale senso di civiltà, se scambiamo vittime per carnefici nelle crisi economiche e alziamo ridicole frontiere per limitare flussi migratori che mettono alla prova le nostre barriere materiali, ma soprattutto mentali. La crisi dell’Unione Europea è davanti a noi, la sua fine non ricadrà su David Cameron o su chi in Gran Bretagna crede di fare l’interesse nazionale votando per la Brexit. Ricadrà piuttosto su chi non la vuole vedere.

Pubblicato in Internazionale, Stato e società | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Il 2 giugno e la vulgata renziana


La vulgata renziana a cui di recente hanno aderito intellettuali come Michele Serra e Roberto Benigni sostiene un argomento grave a proposito del referendum di ottobre: che se a prevalere fossero i No “si avrebbe la prova definitiva che il Paese non è riformabile”. Come dire che al Sì non c’è alternativa, che il No è un atto contro il Paese stesso. Questo atteggiamento deforma il dibattito sulla revisione costituzionale come il d.d.l. Renzi-Boschi, già licenziato dal Parlamento, deforma la Costituzione del 1948. Ieri, 2 giugno, ricorreva il settantesimo anniversario della Repubblica. Una decisione fondamentale come quella sulla forma istituzionale dello Stato non fu per nulla scontata nell’Italia del secondo dopoguerra e l’opzione repubblicana fu tale, fu scelta, grazie all’alternativa monarchica. Come osserva il costituzionalista Michele Ainis “il referendum del 1946 – pure se spaccò il Paese in due – svolse una funzione pacificatrice” e i monarchici non furono schiacciati dopo il voto, ma eletti addirittura a capo del nuovo Stato. I Sì, dunque, sono buoni perché sulla scheda troviamo stampati anche i No.

Pubblicato in Stato e società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Satira e critica


Uno studente, sedicente satiro, aspira a un seggio nel Consiglio di Dipartimento di Studi umanistici dell’Unical e promuove la sua candidatura con un video che cita Il padrino di Francis Ford Coppola. Lo sketch rappresenta un voto di scambio politico-mafioso. Il Don ammicca allo spettatore: il candidato è persona sua. La reazione di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” è indignata, “becera” secondo il candidato. Il successo della serie Gomorra ripropone in questi stessi giorni il tema aperto negli anni ’70 dal capolavoro letterario di Mario Puzo, della responsabilità di chi, rappresentando il fenomeno mafioso, può apparire indulgente. Il Paolino è di grana grossa, il rischio emulazione non c’è; preoccupa di più la delegittimazione del cronista, Matteo Dalena, che ha seguito la vicenda per Gazzetta del Sud. Vogliono fare satira, ma sopportano male la critica. “Gli effetti di GOMORRA sulla gente” è una parodia che i The Jackal dedicano alla serie televisiva tratta dal best seller di Roberto Saviano e giunta al suo secondo ciclo di episodi. Così si ride di una cosa seria come la mafia. Altro che Don Paolino.

Pubblicato in Culture, Stato e società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Fare memoria


Per non dimenticare la Shoah è bene riflettere sul contesto in cui la tragedia maturò. Soltanto così diventa pensabile ciò che in apparenza sembra inconcepibile. Che la storia si ripeta. La memoria di Auschwitz non evoca solo una strage di innocenti. La deportazione di ebrei, zingari, omosessuali, laici e religiosi ispirati dagli ideali liberali e democratici fu la soluzione finale di una deriva politica e istituzionale durata vent’anni. L’antisemitismo in Europa era un fatto risalente, non lo inventò Hitler nel ’33. Nel 1919 la Germania si era dotata di una Costituzione fra le più avanzate per l’epoca. Ma la piena dell’intolleranza ruppe gli argini di quello Statuto, resi deboli dalla mancanza di una coscienza civile all’altezza dei principi in esso contenuti. La Costituzione di Weimar era formalmente in vigore all’apertura dei cancelli che svelarono al mondo l’orrore dei campi di sterminio. Quell’esperienza insegna che, quando i principi restano sulla carta, un diritto costituzionale può ridursi a mero interesse in base all’agenda di un leader politico che consideri il compromesso sociale posto a fondamento della Costituzione superato. Ma è su quel compromesso che si basa la civile convivenza in un Paese. È quel patto a sancire il principio secondo il quale tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Senza ingiuste discriminazioni. E se il razzismo in senso stretto è particolarmente odioso, odiosa è anche la discriminazione in base al censo, alla posizione che occupiamo nei rapporti economici e di lavoro. Odiosa è la discriminazione di genere. La segregazione sessuale, quella religiosa. Fare memoria è più difficile che ricordare. Fare memoria della Shoah significa riconoscere l’ingiustizia quando si presenta, in tutte le sue forme.

Pubblicato in Diari | Lascia un commento

Sonni interrotti


IMG_20150826_0003Nella partecipazione di parenti e amici al dolore della mia famiglia ho colto diverse sfumature. Tutti hanno usato parole di stima per papà. Uno mi ha detto: “era un uomo d’altri tempi”. Il mio amico, che non voleva essere retorico, ha proprio ragione: era un uomo d’altri tempi. Profondamente segnato dai rigori della guerra e del dopo. Il lavoro fu il suo blasone. L’acqua il suo elemento. Attraversò quell’età dell’oro che gli storici fanno terminare negli anni Settanta. Mentre il mondo diventava globale papà faceva ancora riferimento a un’epoca e ad un’identità locali, provando un inevitabile disagio. In lui albergherà quel sentimento che Roberto D’Alessandro ha rinvenuto nell’opera di Salvatore Plastina, Viaggio nella… memoria, che conservo gelosamente e ho sfogliato di nuovo in queste notti di sonni interrotti. “Una nostalgia crepuscolare di chi vive nel presente ma resta impantanato nel passato. Sono quelli gli anni belli, sono quelli i compagni veri, è quella la vita scanzonata e gravida di progetti, nonostante la precarietà economica, nonostante i bombardamenti e le difficoltà. Tutto era semplice e occasionale; le vicende di uno erano le vicende di tutti; le gite in Sila e al mare, un evento eccezionale da aspettare con trepidazione, da vivere intensamente, da ricordare a lungo”.

Pubblicato in Diari | Lascia un commento