Giornalisti o stuntman?


Le immagini di Spada che rompe la faccia all’inviato di Nemo mi hanno fatto un certo effetto. Non intendo sminuire il lavoro dei miei amici giornalisti, solo non vorrei che qualcuno confondesse il mestiere di giornalista con quello di stuntman. Il cronista che intervistando Spada ha rimediato una frattura scomposta del setto nasale non ci ha detto niente che non sapessimo su neo-fascismo e criminalità organizzata, non ci ha fatto fare passi avanti nella lotta alle mafie. Daniele Piervincenzi ha solo rischiato di morire.
Giovanni Falcone diceva che la mafia non si combatte con l’eroismo di cittadini inermi. La do io una notizia ai miei amici giornalisti: tra i cittadini inermi ci siete anche voi. A meno che non pensiate di incrociare microfoni con spranghe, nel caso vi faccio tanti auguri. Ribadisco il concetto: sono ammirato dal coraggio di tanti giornalisti e reporter, ma quella di Piervincenzi mi è sembrata più incoscienza. Chiedere a uno Spada se il suo clan appoggia CasaPound alle amministrative è come chiedere a un corleonese se la sua famiglia ha mai appoggiato Andreotti alle politiche. Che è così lo sappiamo dai pentiti che lo hanno testimoniato in tribunale, non dai diretti interessati.
Glem Greenwald è il giornalista del Guardian che ha pubblicato le rivelazioni di Edward Snowden sui programmi di intercettazione telefonica e sorveglianza internet dei servizi segreti americani. Le informazioni, Greenwald non le ha avute dalla CIA, ma da un suo ex consulente. Qualcosa ha rischiato mentre raccoglieva le dichiarazioni di Snowden, ma ce lo immaginiamo se si fosse rivolto direttamente a una delle agenzie che hanno intercettato abusivamente le comunicazioni di mezzo mondo?

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Aprile e la ragazza ubriaca


Negli ultimi giorni, oltre alla ragazza che si libera negli orinatoi maschili durante una partita di football americano, è diventato virale un video di Pino Aprile che, ospite di Nemo-Nessuno escluso, ribadisce il tema dei suoi best seller: “il Nord sfrutta da sempre le risorse del Sud“. Secondo Aprile, se dopo settant’anni di economia assistita il Sud d’Italia è fanalino d’Europa, la colpa è dell’annessione delle Due Sicilie al Regno di Sardegna. Non è la Lombardia a trainare il resto del Paese; la locomotiva è il Sud che ogni anno acquista settanta miliardi di beni e servizi dal settentrione. Le opinioni di un autorevole giornalista e scrittore non sono un problema. Gli storici possono sempre smentirlo. A preoccupare è l’eco di certi argomenti, sono i risvolti politici di una campagna che prende sempre più vigore. Il problema è il contesto. In Europa, si ridestano nazionalismi che l’integrazione politica avrebbe dovuto comporre nel quadro di istituzioni federali: il Regno Unito tratta la sua uscita dall’Unione europea; in Spagna, la Catalogna dichiara l’indipendenza e il suo leader ripara all’estero; in Italia, Lombardia e Veneto chiedono più autonomia dallo Stato puntando addirittura allo statuto speciale. Questi moti rispondono a forze centrifughe che accelerano il degrado della costruzione europea ed espongono gli stati membri a turbolenze che da soli non sono in grado di affrontare. In queste circostanze l’agitazione di un revanscismo neo-borbonico, centocinquantasei anni dopo la resa di Francesco II, c’entra come una donna ubriaca nel bagno degli uomini. Speriamo siano tutti bravi ragazzi.

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La centesima pecora


Certi “critici” del cattolicesimo disprezzano la metafora delle pecore e del pastore. Forse si sentono sminuiti dal paragone con gli ovini. Eppure il buon pastore conduce le pecore fuori dal recinto, apre la porta e le libera. E se una si perde, lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella smarrita (Luca 15,3-7). La logica della centesima pecora è un bernoccolo della ragione. Le religioni orientali risolvono col ciclo delle rinascite: se non ti comporti bene da uomo, il karma ti retrocede a fitoplancton. Un’amica agnostica mi rappresentava, dopo un viaggio in Giappone, il suo apprezzamento per questo principio. Secondo lei sarebbe meglio rassegnarsi a perdere qualcuno, invece di inseguirlo come insegnano le Scritture. Niente perdono, nessuna remissione dei peccati. Se volessimo insistere con la metafora di sopra potremmo tradurre questo atteggiamento con la chiusura del recinto attorno al gregge, e addio fratellanza universale. Una volta a rendere antipatici i cattolici era il moralismo, vuoi vedere che adesso è la misericordia?

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Un’operazione semplice


Papa Francesco non è un eretico, non è scandaloso. Non è neppure un riformatore. Bergoglio compie un’operazione semplice, di quella semplicità incomprensibile “a sapienti e dotti” (Mt 11,25). Francesco prende atto che i tempi sono cambiati; ha chiaro un concetto: se è vero che esistono “principi non negoziabili” – e il pontefice disse che questa espressione gli era pressoché incomprensibile – è altrettanto vero che non esistono divieti immutabili, come quello di ammettere i divorziati risposati ai sacramenti.
C’è un solo valore a questo mondo, quello della persona. I principi definiscono l’ambito entro il quale il valore della persona si realizza; sono norme comportamentali più generali della legge, più astratte ancora, che devono essere declinate, specificate, altrimenti non funzionano. La religione assolve questo compito da più tempo dello Stato; perciò il papato riveste un grande prestigio non solo presso i credenti, ma anche presso i non credenti.
Oggi la teoretica liberale concorre con la sensibilità religiosa a fissare dei paletti. I mutamenti sociali impongono di rivedere i tradizionali limiti dell’agire umano, la morale. La Chiesa non può permettersi la confusione delle scritture con la morale che se ne trae in un determinato contesto. Gesù non era un moralista, era – lui sì – un rivoluzionario.
Alcuni anni fa il filologo Carlo Ossola rifletteva sulla lezione novecentesca di quelle “generazioni di intellettuali che dalla storicità di un pensiero laico videro nel cristianesimo gros de l’avenir una risorsa dell’Europa”. E citava Benedetto Croce: “Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo. Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate. Tutte, non escluse quelle che la Grecia fece della poesia, dell’arte, della filosofia, della libertà politica, e Roma del diritto”.
Il documento dei tradizionalisti, che chiedono al Papa di correggere l’Amoris Letitia, è un saggio del ritardo accumulato da settori significativi della Chiesa e della cultura cattolica nei confronti del mondo, di miliardi di persone portatrici dell’immagine di Dio, con tutti i difetti connaturati nell’essere umano. La Chiesa è una comunità di uomini e donne in cammino, il cristianesimo è ricerca. Ai teologi, sia consacrati sia laici, spetta il compito di istruire questa ricerca, di fornire chiavi di lettura del presente tendenti al perfezionamento della persona, al suo bene. Invece molti si atteggiano a censori, a difensori dello status quo.
Nel celebre film ispirato a “I misteri del processo Monti e Tognetti”, In nome del Papa Re (1977), Luigi Magni fa dire a monsignor Colombo da Priverno, Nino Manfredi, “Qui non finisce perché arrivano gli italiani, qui arrivano gli italiani proprio perché è finita“. Il 20 settembre del 1870 l’esercito italiano avrebbe preso Roma, sottraendola al potere temporale della Chiesa; ma le condizioni della capitolazione si determinarono ben prima. Eppure in seno allo Stato Pontificio ci si ostinava a non vederle.
Oggi come allora la chiesa cattolica è a un bivio. I tradizionalisti, non solo lefebvriani, considerano la minima apertura un’eresia, ogni spiraglio di carità un cedimento al “modernismo”. A questa tendenza il Papa “venuto dalla fine del mondo” prova ad opporsi. Con l’accoglienza. Degli omosessuali, dei separati, dei risposati, dei conviventi more uxorio. Che potrebbero cercare “ristoro” altrove: nello spiritualismo fai da te, nelle filosofie orientali, nelle religioni atee. Se Bergoglio fallisce, allora sarà “proprio finita“.

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Cazzarola!


La non-contemporaneità delle partite di serie A ha accresciuto il valore di mercato degli spazi pubblicitari, massacrando un format come 90° minuto. Per quello stiamo ancora elaborando il lutto. La Domenica Sportiva, per sua natura un rotocalco, poteva salvarsi provando ad elevare il livello della discussione intorno allo sport in generale, al calcio in particolare. La DS era quella che anticipava i tempi, adesso li insegue. Inutile marcare una presenza sui social se la trasmissione non vale di per se stessa. Sono abbastanza vecchio da ricordare le Domeniche Sportive firmate Tito Stagno, uno dei più grandi cronisti televisivi di sempre. Stagno raccontò per la Rai i trattati di Roma, il primo allunaggio della storia, fu al seguito di due pontefici. Era una Rai che metteva a disposizione degli appassionati di calcio risorse come queste. A Giorgia Cardinaletti voglio bene come a una cugina più piccola, ma a mio padre il bacio della buona notte lo davano Alfredo Pigna e Adriano De Zan, cazzarola.

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Primo maggio, un mondo freddo


AmeliaLe origini della Festa del lavoro risalgono ad un mondo che cambiava impetuoso, quello della seconda rivoluzione industriale. Noi apparteniamo a un altro mondo, quello della rivoluzione scientifica. Manifattura e servizi impiegano sempre meno persone perché la tecnologia non si limita ad assistere l’uomo, lo sostituisce. Chi scrive non è certo un neo-luddista, non teme la meccanizzazione di processi usuranti, pericolosi per la salute. Oggi non parliamo di macchine a vapore, telai meccanici, braccia robotiche comandate da una persona o da un computer programmato a sua volta da un essere umano. Parliamo di intelligenza artificiale, di automi capaci di apprendere. Un anno fa una grande società di consulenza americana annunciava l’adozione di agenti virtuali rivolti alle aziende del settore bancario, assicurativo e turistico. Tanto per cominciare. La disoccupazione, male endemico dell’economia postmoderna, induce ad accettare condizioni di lavoro sempre peggiori, anche in presenza di un grado elevato di istruzione e di specializzazione. La globalizzazione ha messo in concorrenza lavoratori di cinque continenti; l’eccesso di offerta spinge i salari verso il basso, milioni di persone al di sotto della soglia di povertà. L’intelligenza artificiale, quando sarà a regime, toglierà ai soloni del libero mercato l’ultimo argomento contro il welfare e molti scienziati rimpiangeranno di aver progettato un mondo così freddo.

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La vera artefice dell’epica kennediana


jackieJackie è un film iconografico che di Jacqueline Kennedy traccia un profilo a metà fra il pubblico e il privato, fra il mito e la storia. Al notista politico di Life, che la intervista cinque giorni dopo Dallas, Jackie (Natalie Portman) affida una vasta gamma di sentimenti. Rammarico, avrebbe dovuto sposare un uomo qualunque invece di un predestinato. Privazione, la morte di Jack, così improvvisa, spezza il legame con l’ambiente della White House, rinnovata dal gusto della First Lady per le belle arti. Solitudine, la casa di Hyannis Port è desolatamente vuota quando Theodore H. White (Billy Crudup) bussa alla porta della vedova Kennedy. Orgoglio, contro il basso profilo predicato dall’establishment Jeckie esige per il marito un funerale con tutti gli onori!

La fiction attribuisce alla ex First Lady un cinismo spiazzante anche per un giornalista premio Pulitzer che, raccogliendo dichiarazioni a dir poco sensazionali, si rende conto di non poterle riportare nel suo articolo. La sigaretta e il bourbon non esistono per il grande pubblico, che ricorda ancora Jacqueline Lee “Jackie” Kennedy Onassis, nata Bouvier, per lo stile improntato a un sobrio glamour. Il dolore devastante per la perdita del marito suscita in questa donna minuta una reazione scomposta ma determinata. Jackie affronta le telecamere che inquadrano il giuramento del presidente Lyndon B. Johnsson con indosso il sangue e la materia cerebrale del consorte. Quando lo stile si ricompone resta il dissidio interiore, quello tra fede e ragione. A mediare il conflitto di Jackie è un gesuita che del compromesso con il mondo ha fatto la propria cifra storica. Padre Richard McSorley (interpretato dal compianto John Hurt) fondò Pax Christi negli USA in concomitanza con la contestazione giovanile, fu inviso ai settori della Chiesa che temevano l’adesione dei cattolici al movimento hippie.

La scrittura del film è altamente simbolica, sviluppa i temi dell’articolo di Theodore White apparso su Life il 6 dicembre 1963. John Fitzgerald Kennedy ascoltava dei dischi prima di addormentarsi. La sua canzone preferita era tratta dal musical Camelot, la strofa che amava di più dice: “non dimenticate che ci fu un luogo che per un breve splendente momento fu chiamato Camelot”. Jackie elabora un mandato presidenziale come Materia di Britannia, dipinge JFK come un eroe del ciclo bretone. Jack non andava a cavallo ma era un capo militare, dunque il suo feretro è accompagnato da un destriero sellato, con gli stivali infilati nelle staffe al contrario. È sepolto nel cimitero nazionale di Arlington insieme ai veterani di tutte le guerre statunitensi.

Jackie è la vera artefice dell’epica kennediana. Natalie Portman, nell’interpretarla, si fa carico di un peso gravissimo. Con soavità l’attrice premio Oscar per Il cigno nero esprime anche il dolore più intenso. Menzione speciale per la fotografia di Stéphane Fontaine che riproduce la patina dei rotocalchi dell’epoca senza adoperare una sola immagine di repertorio. Voto 7,5.

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